La scuola affidata a se stessa

AUTONOMIA E POF

di Alfonso PALOMBA

Per le scuole di ogni ordine e grado è iniziata, il 1° settembre 2000, l’avventura dell’autonomia: da quella data niente è come prima, perché non è più possibile oggi limitarsi a fare "cose vecchie" in modo nuovo. Ci vuole molto di più: solo una scuola, infatti, che abbia preso consapevolezza del proprio mutato ruolo all’interno della società e coscienza della necessità di porsi come punto di riferimento di tutti i bisogni formativi del territorio, è una scuola in grado di raccogliere la sfida dell’autonomia e di caratterizzare in modo specifico il suo agire didattico, rendendosi visibile attraverso il piano dell’offerta formativa (=POF).

L’art. 3 del DPR n. 275/99, nel tracciare il profilo del Pof e nello stabilire le sue caratteristiche fondanti, definisce il piano quale "documento fondamentale costitutivo dell’identità culturale e progettuale delle istituzioni scolastiche": in esso trova piena integrazione e coerenza la progettazione curricolare, extracurricolare, educativa ed organizzativa che ciascuna scuola adotta nell’ambito della propria autonomia.

Sulla ricerca/definizione/puntualizzazione della propria identità ogni scuola gioca, pertanto, una partita importante, perché, in regime di autonomia, deve sapersi attrezzare in modo da dare risalto alla propria specificità/"originalità", facendo capire all’utente (cliente) quali siano le ragioni che dovrebbero spingerlo a scegliere proprio quell’istituto e non un altro: il riconoscimento, infatti, da parte degli utenti, dei "tratti forti" di una proposta formativa è per una scuola l’unica strada possibile per affermare la propria presenza sul territorio in modo significativo e soprattutto in modo attivo rispetto all’evoluzione della domanda, dei contesti (culturali, sociali, ecc.) e degli scenari di riferimento (di carattere globale e/o locale).

Spesso – come testimoniano tanti Pof che, in apertura presentano quadri di informazioni storiche sulla "nascita" delle diverse scuole – si guarda al passato per recuperare la propria identità attraverso la vacua ostentazione di un anacronistico blasone: in realtà la strada da percorrere è un’altra, perché si tratta di guardare al presente con gli occhi attenti al passato e al futuro. Al passato ci si rivolge per preservare, tutelare, valorizzare la memoria/storia della scuola, che ha già seminato esperienze; al futuro per individuare, favorire, promuovere prospettive di sviluppo e possibilità di crescita: al centro è il presente, è la scuola che riflette sulla propria "cultura" per poter procedere alla rielaborazione di una proposta formativa legata alla propria specificità e, per questo, "riconoscibile" tra le molteplici offerte sviluppate in un determinato territorio, Ad esempio, un istituto tecnico commerciale (IGEA) che individui nello stage un elemento "forte" sul terreno del raccordo istruzione/formazione/mondo del lavoro può intorno a questa idea costruire la sua proposta formativa e definire in questa direzione la sua organizzazione; un istituto tecnico ad indirizzo turistico, in cui le lingue straniere siano caratterizzanti, può puntare sullo " scambio interculturale" come momento centrale della propria offerta o promuovere una metodologia nuova, incentrando il suo agire esclusivamente su attività in lingua straniera; un liceo scientifico può assumere la multimedialità come dimensione trasversale a tutto il curricolo ed organizzarsi così in modo funzionale al conseguimento dei traguardi formativi prefissati. Intorno a tali obiettivi, fortemente collegati all’identità della scuola, va costruito il Pof, che non può e non deve essere una semplice dichiarazione di principi astratti: al contrario il documento di cui all’art. 3 del DPR n. 275/99 è un mosaico di impegni molto concreti ed operativi, composto da tanti tasselli riuniti in una sorta di "mappa reticolare", capace di connettere coerentemente tra loro i "perché" e i "come" delle decisioni – didattiche e organizzative – assunte dalla scuola nell’intento di garantirsi l’identità con cui ritiene di presentarsi agli utenti.

 

In questo senso è indispensabile sottolineare come non possa esistere un Pof che non veda la partecipazione e la responsabilità di tutti i soggetti, perché solo dalla condivisione può nascere una "cultura organizzativa d’istituto" capace di dare senso al progetto che si intende realizzare: in assenza di un lavoro collegiale intorno agli obiettivi da raggiungere e alle modalità organizzative per conseguirli, il Pof rischia di diventare un inutile adempimento formale, un altro documento cartaceo da tenere nel cassetto, un’altra occasione perduta.

Partecipazione, consenso e responsabilità diventano così tre parole-chiave della qualità di un Pof, la cui specificità/identità/peculiarità è giocata evidentemente non solo sul terreno dei contenuti, ma anche sulle modalità previste per rendere effettiva la condivisione delle scelte da parte dei soggetti interessati e per promuovere "la cultura della progettazione", all’interno di una scuola che non può e non deve più contare sull’ombrello protezionistico del Provveditorato o del Ministero, ma solo sulle sue risorse e sul coinvolgimento dinamico ed intelligente di tutte le sue componenti, come recita il primo comma dell’art. 3 del DPR n. 275/99.

La partecipazione e il consenso responsabile non nascono ex abrupto, ma vanno costruiti, passo dopo passo, fino alla stipula di un grande "patto formativo" tra insegnanti/utenza/territorio: anche su questo terreno può caratterizzarsi l’identità di una scuola, che voglia trovare nella collaborazione un terreno favorevole di promozione e di valorizzazione della propria specificità.

Un Pof che sia "specchio" dell’identità di una scuola non può non contenere al suo interno opportuni strumenti di valutazione che consentano di cogliere la relazione esistente tra previsioni ed esiti: l’autonomia nello specifico, sollecita l’impegno valutativo in direzione dell’autoanalisi d’istituto, strumento fondamentale per verificare/valutare le capacità progettuali della scuola, i problemi incontrati, gli errori di percorso, i successi realizzati, nella prospettiva di ulteriori cambiamenti possibili e di nuove prospettive di azione futura e di sviluppo. Tali strumenti di rilevazione del "modo di essere della scuola" devono però essere noti a priori per consentire non solo agli operatori interni, ma anche all’utenza di valutare processi e risultati, accanto alla qualità del servizio. Anche sul versante della valutazione degli alunni, infine, e su quello della valutazione/autovalutazione degli insegnanti può l’autonomia giocare un’ulteriore carta vincente, rendendo visibili all’esterno i parametri e gli indicatori adottati in una prospettiva di trasparenza, capace di dare un altro elemento di specificità all’identità culturale e progettuale della scuola.

Alfonso PALOMBA

Dirigente Scolastico

ITC "P. Giannone"

F O G G I A

 

Ritorna alla copertina