A S. MARCO IN LAMIS IL BRIGANTAGGIO IN CAPITANATA

di Leonardo P. Aucello

S. Marco in Lamis. Ogni tanto riesplode in Italia, come sta avvenendo ora per giustificare posizioni radicali criptosecessioniste ammantate di "devolution" amministrativa, la polemica faziosamente strumentale di essere pro o contro il Risorgimento.

Questa "querelle" revisionista dall'indistinta natura aeriforme viene spesso presa a pretesto da quella buona fetta di "politiques politiciens", che abbondano come le formiche, che, ancora una volta, vuole rileggere la storia con occhio bieco e distorto considerando addirittura i maggiori rappresentanti del brigantaggio meridionale postunitario quali "eroi" da osannare.Non ci trova per niente daccordo questa pseudocelebrazione dei briganti del tutto priva di fondamento storico e di valida impostazione metodologica, ma frutto solo di una incoerente ucronia che tende a mistificare il processo storico unitario.

A consolidare questa posizione ci viene in soccorso uno degli studiosi più qualificati del "Brigantaggio" di Capitanata, il professor Giuseppe Clemente di S. Severo che, sulla scia del già noto specialista in materia, il professor

Pasquale Soccio di S. Marco in Lamis. ha pubblicato di recente per conto del l'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, presieduto dal Professor Talamo dell'Università di Roma, un volume costituito da soli documenti reperiti in vari archivi italiani e da cenni anagrafici di più di ottocento briganti che hanno efferatamente dilagato nell'intero territorio dell'attuale provincia foggiana, intitolato "Il Brigantaggio in Capitanata - Fonti Documentarie e Anagrafe (1861 - 1864)", con Presentazione di Raffaele Colapietra del l'Università degli Abruzzi. E' una ricerca documentaristica ricca e preziosa non solo per gli addetti ai lavori, ma anche per semplici curiosi che, attratti verso un approccio diretto con i tanti documenti riproposti, vogliono ricavare un quadro preciso di quei sanguinosi avvenimenti.

 

 

 

 Il professor Clemente con rigorosa indagine effettuata in alcuni archivi italiani (dall'Archivio Centrale dello Stato, a quello di Torino, della Camera dei Deputati, dello Stato Maggiore dell'Esercito, dell'Anagrafe del Brigantaggio, per finire a quelli più vicini di S. Severo, Foggia, Lucera) è riuscito a ricucire i tratti salienti di ben quattro anni di guerra civile tra le truppe regolari dell'esercito del nascente Regno d'Italia contro gli ex ufficiali borbonici in totale diaspora, a capo di continue masnade di abigeatari, ladruncoli, delinquenti e avanzi di galera, pronti a compiere ogni gesto di ruberia e grassazione, o a trucidare piccoli e inermi contadini ma, soprattutto, a sgozzare quanti avevano abbracciato la causa unitaria.Così da fenomeno prioritariamente politico si trasformò immediatamente in una cruenta volontà omicida di diaboliche squadre brigantesche, foraggiate principalmente dal Re Francesco II di Borbone in esilio nello Stato Pontificio e dallo stesso Papa dei tempo, Pio IX oltre chi dai numerosi latifondisti che temevano di essere confiscati dei propri beni, ma subito pronti a rinnegare e a contrastare i misfatti dei briganti appena si accorsero dell'impossibilità restauratrice di una sovranità (quella borbonica) sconfitta e scomparsa per sempre dalla scena politica. Lo stesso autore ha presentato il suo volume in una conferenza tenuta a S. Marco in Lamis. organizzata dalla locale sezione dell'Archeoclub per conto del presidente, l'insegnante Antonio Guida, alla presenza delle autorità scolastiche e amministrative del paese, oltre a un buon numero di soci e semplici spettatori. La relazione è stata preceduta dagli interventi del Sindaco, l'onorevole Miche le Galante e dal Presidente sezionale Antonio Guida, i quali hanno entrambi elogiato la scelta documentaria quale filo conduttore lungo il percorso storico nell'infuocato quadriennio '61-'64. Mentre l'autore, con l'ausilio di un ampio repertorio fotografico delle zone più esplosive di quella tremenda guerra, ha ripercorso l'itinerario archivistico della sua ricerca durata ben dieci anni, con la relativa scelta dei documenti più espunti da un numero incalcolabile di fonti storiche rinvenute ed integrate con alcune tabelle che riportano l'età dei vari briganti di Capitanata, con i loro atti criminosi e i conseguenti danni all'economia locale di allora. Certamente il relatore non condivide la posizione neoguelfa di qualche politico, improvvisato studioso dei Risorgimento che ha, appunto, onorato di eroismo la ferocia smisurata dei brigati, ma ritiene che questi ultimi, a suo avviso, altro non sono stati che degli accesi assassini che deliberatamente ammazzavano e derubavano in nome di una idea, in prevalenza politica e sociale, ormai estinta. E considerare, pertanto, in modo favorevole i loro atti vandalici equivale a rinnegare la costituzione di uno Stato unitario fondamentale e imprescindibile allora e ancor di più oggi in quest'epoca di insensati rigurgiti sanfedisti

 

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