Una mostra al Museo Bargellini di Pieve di Cento per il centenario della nascita  

Cesare zavattini e la pittura

di Michele De Luca

"Alla mattina non sapevo che il bianco col rosso dà il rosa; quel pomeriggio del ’39 il caso mi diede un pennello in mano: deve essere stato il mio angelo custode al solo scopo di trattenermi gentilmente nel mondo che allora consideravo quasi perduto; là dove alcuni sensi stavano morendo me ne accese dei nuovi". Così, in modo semplicissimo quanto estremamente suggestivo, Cesare Zavattini (Luzzara 1902 – Roma 1989), "autopresentandosi" in un delizioso volumetto delle edizioni Scheiwiller (Pitture di Zavattini, 1946), racconta l’inizio del suo rapporto con la pittura, un rapporto (come autore di dipinti, amico e "stimolatore" di pittori, oltre che originale collezionista) che lungo tutto il resto della sua vulcanica esperienza umana ed artistica, si intreccerà con la sua prorompente attività di scrittore, cineasta, "comunicatore globale", tra i più geniali, moderni ed innovativi del Novecento. Nella ricorrenza del centenario della nascita del grande luzzarese il Museo d’Arte delle Generazioni Italiane del ‘900 "G.Bargellini" di Pieve di Cento (Bologna), in collaborazione con la Edizioni Bora, cui si deve la realizzazione dei due cataloghi realizzati per l’occasione, con testi di Giulio Bargellini, Giorgio Di Genova, Nicola Micieli e Mario Verdone), presenta la mostra "Cesare Zavattini e la pittura", che in due ampie sezioni, dedicate rispettivamente al "pittore" e al "collezionista", documenta la prolifica creatività di Zavattini insieme alla sua passione per la pittura e l’interesse per l’opera di tanti altri artisti a lui contemporanei. A cura di Edoardo Brandani viene pertanto esposta un’attenta scelta di circa cinquanta opere, per lo più inedite, che tracciano un avvincente itinerario nell’universo figurativo dell’artista, insieme ad oltre duecentocinquanta pezzi della sua storica 

Collezione Minima (nota anche come collezione 8x10, per il microformato che la caratterizza), proveniente in buona parte dal Museo pievese. L’arte pittorica di Zavattini è difficilmente "catalogabile", come dimostrano, nel corso della sua produzione, i pur innumerevoli approcci della critica più attenta; dalle prime uscite zavattiniane, che vengono accolte con riferimenti a Van Gogh, Matisse e Chagall e considerate più nelle "intenzioni" che nei risultati (presentando la sua mostra allo "Zodiaco" nel 1952, Libero De Libero scriveva che Zavattini dipingeva per amore della pittura, sorretto da "una ragione intima e devota, clandestina e contumace"), via via ancora lungo gli anni ’60, in cui la pittura zavattiniana è più che altro (Franco Passoni) la produzione di un "poeta", frutto (Marco Valsecchi) di "incantevole ingenuità". Bisogna forse arrivare a metà degli anni ’70 (quando Zavattini ha quasi quarant’anni di attività pittorica alle spalle) per riscontrare una considerazione critica forse più illuminante che mette in risalto la divisione dell’iter zavattiniano tra una fase più grafica e una più materica (che prenderebbe il più decisivo slancio alla fine degli anni ’60), nell’ambito di una vasta placenta informale, con riferimenti sopratutto ad artisti europei come Fautrier, Dubuffet e Wols. La mostra, che dopo Pieve di Cento (dove potrà essere visitata fino al 23 maggio) sarà trasferita in altre sedi, al di là del pur doveroso debito "celebrativo", vuol offrire l’occasione per un riconsiderazione critica complessiva di un lungo e variegato itinerario inventivo che nei decenni si è svolto nell’alveo di un immutato atteggiamento dell’artista verso il mezzo pittorico. Dice Verdone: "Tutta la pittura di Zavattini è la denuncia, magari involontaria, del bambino stupito e innocente che permane in lui. La memoria – che resta preziosa – di in mondo da cui non si è distaccato mai".

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