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di Angela Picca
Ego Johannes de Procida domini
imperialis medicus testis sum.
Nell’anno del Signore 1250, il 17
dicembre a Castel Fiorentino, sul testamento di Federico II, redatto dal
notaio Nicola di Brindisi, apponeva la sua firma il magistro Giovanni ‘de
Procida’, medico e consigliere dell’imperatore a cui fu vicino nelle
sue ultime ore. E "Prochyta", l’isola di
tufo giallo che riposa su cinque crateri vulcanici, antica colonia greca e
romana, è legata indissolubilmente ad uno dei più noti protagonisti del
Mediterraneo, che ne fu il Signore in epoca sveva.

Nato nel 1210 a Salerno, da antica e nobile
famiglia, probabilmente d’origine longobarda, Giovanni non soltanto
studiò ed insegnò alla celebre scuola Medica Salernitana, istituita dal
"Puer Apuliae", ma fu anche fisico e traduttore di poeti e
pensatori quali Omero e Platone. Abile comandante e acuto uomo politico,
ebbe la rara fortuna, per quei tempi, di vivere una lunga vita,
intrecciata alle vicende determinanti per la storia d’Italia. Densi
di avvenimenti furono i diciotto anni che seguirono alla fine di Federico;
i suoi figli, alcuni premorti al padre, scomparvero l’uno dopo l’altro
finché la corona passò al prediletto "biondo, bello e di gentile
aspetto". Giovanni divenne segretario
particolare anche di Manfredi, ma, dopo la morte di questi a Benevento
(1266), svanite le speranze ghibelline, passò a Carlo d’Angiò e ne
ricevette beni, in uno di quegli "ondeggiamenti" che fanno dire
all’Amari: "… dopo le mutazioni di Stato, in tutti i tempi e in
tutte le lingue e (i) mostrano che nel mondo non fu mai penuria di
servitor della fortuna". Tuttavia, pochi mesi
dopo quella battaglia, sotto l’aquila sveva tornò a militare il suo
antico consigliere. Fu per vendicare gli oltraggi alla moglie e alla
figlia e l’uccisione del figlio da parte dei francesi? Non sappiamo. La
questione è ancora aperta, di certo egli fu accanto a Corradino e con lui
combatté a Tagliacozzo (1268), nell’estremo tentativo di riscossa.
A Napoli, nell’ottobre dello stesso anno, in Campo
Moricino, oggi Piazza Mercato, il giovane sedicenne Corradino, sul
patibolo ammantato di rosso, di fronte alla folla ammutolita, prima di
posare il capo sul ceppo, lanciò il suo guanto. La leggenda dice che
Giovanni lo raccolse, mentre l’odiato nemico Carlo guardava, cupo come
sempre, dalla torre. E forse la voce popolare
ricercò in quel gesto la sfida futura, forse volle vedere in quella
consegna la
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certezza che l’anziano medico avrebbe
continuato a lottare per gli Hohenstaufen. Egli infatti, intorno al 1275,
andò a Palermo, da Costanza, figlia primogenita di Manfredi e moglie del
re Pietro III d’Aragona. Pietro lo chiamò "familiare", gli
concesse beni feudali e fiducia per l’amministrazione dello Stato.
La Sicilia, stanca dalle vessazioni del governo angioino,
era pronta per la ribellione che, covata a lungo contro l’Angiò
"il più pesante tiranno … inumano, spregiator delle genti
italiane, odiatore dei suoi stessi sudditi …" (M. Amari) esplose
nella Pasqua del 1282, il lunedì dell’Angelo, all’ora dei Vespri.
La "Guerra del Vespro" vide accanto Giovanni da
Procida e l’ammiraglio Ruggero di Lauria. Ma il
retroscena di quel conflitto è denso di episodi non sempre chiari, di
alleanze strette e presto disciolte, di ambizioni che videro i due
comandanti, prima amici, allontanarsi, poi, per sempre. Ruggero morì in
Spagna nel 1304 e Giovanni, dopo frequenti e diplomatici viaggi tra Spagna
e Costantinopoli, a 88 anni, nelle ultime ore, rivide la sua lunga vita
costellata di grandi vittorie e grandi dolori, ma non poté confidare i
suoi ricordi: morì "oscuro" e dimenticato a Roma, portando con
sé segreti che nessuno potrà mai rivelare … A
Salerno, davanti a quel molo nuovo che egli fece costruire nel 1260, nella
cripta della Cattedrale che guarda alla collina verso il castello
longobardo di Arechi II (758-787), sotto l’effigie di S. Matteo, c’è
una piccola figura in ginocchio, ai piedi della quale si leggono due versi
Hoc studiis magnis fecit pia cura Johannis
De Procida,dici meruitque gemma Salerni.
Procida, dalle coste alte e scoscese che
spine pungenti di agavi secolari difendono, quasi spade sguainate, da
ormai improbabili nemici saraceni, continua a profumare di limoni, tra le
case dei pescatori colorate come nelle antiche stampe. Procida, ancora al
riparo dal turismo di massa, dove la sirena dell’ultimo vaporetto ci
ricorda che fino all’indomani saremo padroni dell’isola e, nel
silenzio stellato della notte, potremo salire sulla rocca, fino al
Santuario di S. Michele Arcangelo che la protegge. Di
là lo sguardo si perderà nelle luci del Golfo di Napoli, mentre le
lampare, lucciole d’estate, mute scivoleranno sull’acqua e, da
lontano, la buia sagoma del Vesuvio nasconderà sopiti brontolii e ceneri
colpevoli … Il nome di Giovanni a lungo solcò i
mari, inciso sulla prua di un sommergibile di "media crociera"
orgoglio della Marina Militare Italiana. Il "Giovanni da
Procida" costruito nel 1928 presso i Cantieri Tosi di Taranto,
sfuggito ai siluri della 2a Guerra Mondiale, nel 1948 fu
radiato dai ranghi dopo aver addestrato tanti giovani allievi a
scandagliare i silenti fondali del Mediterraneo …
(Nella foto: una veduta dell'
isola di Procida con agavi in primo piano)
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