"il nodo animalista"

di Mons. Antonio Del Gaudio

Vero godimento dello spirito, un assurgere ad atmosfere magiche, un immergermi in un oblioso arcano: tutto ciò mi accade ogni volta che prendo in mano e vado centellinando una poesia de Il nodo caduto di Urrasio. Un susseguirsi di immagini rutilanti che scaturiscono da una sensibilità sconfinata ed espresse in una icasticità mirabile. Il lessico si adegua docilmente alla fantasmagorica visione del Bello, che si snoda in una gamma senza fine di incarnazioni, di apparizioni, di eloquenza. E’ mia radicata persuasione che la poesia del carissimo Urrasio scaturisca dalla caduta del nodo che stringe il cuore gonfio di sentimenti. Quale nodo? Il nodo della sproporzione 

 

 

abissale tra la misura immensa, sconfinata di un affetto, di un profondo sentire e la avvilente finitezza della parola. Di qui la ineffabilità poetica! Caduto il nodo, la piena del sentimento può fluire come un fiume dalla roccia della umana natura, attraversa istanti eterni e sfocia nell’infinito: il cammino è accompagnato da una musicalità celestiale. Così la poesia rende titanico il suo autore: gli permette di affondare lo sguardo nella luce sfolgorante di Urano, col suo arcano mistero, dopo aver preso l’aire da Gea. Là dove osano le aquile! Sono sincero: fino ad ora conoscevo Urrasio per sentito dire; dopo aver letto le liriche de Il nodo caduto, riconosco in lui il volto della poesia, della vera poesia; i lineamenti del poeta. Di un vero poeta!

 

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