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di Leonardo P. Aucello
E’ un volume di una certa importanza storico –
etnografica quello pubblicato postumo dai redattori del giornale "Qualesammarco"
(Raffaele Fino e Giuseppe Soccio), che riguarda alcuni anni di intenso
lavoro di ricerca svolto da Michele Ceddia, operaio autodidatta, su vari
lavori presenti un tempo a S. Marco in Lamis, in prevalenza artigianali,
nel periodo tra le due guerre mondiali, ma anche oltre. Il libro si
intitola "Come eravamo"-Mestieri a S. Marco in Lamis tra
società contadina e boom economico-, Edizioni "Qualesammarco, S.
Marco in Lamis, 2001, L. 20.000. L’autore, Michele Ceddia, è morto nel
1995, all’età di 76 anni, molti dei quali vissuti a Cinisello Balsamo
in provincia di Milano, dove ha lavorato come operaio nelle fabbriche, ma
dove ha anche per lungo tempo militato attivamente nel PCI; rientrando poi
definitivamente nel proprio paese di origine, ha raccolto e trascritto
puntigliosamente parecchi mestieri di un tempo, aiutato un po’ dai
ricordi giovanili, ma soprattutto interpellando e intervistando artigiani
e contadini ormai anziani, veri maestri "di bottega" appartenuti
a una civiltà marginale di intensa operosità. Egli, purtroppo, non è
riuscito ad allestire direttamente la pubblicazione del volume, ma ha
lasciato, comunque, una stesura già completata, corredata di un’ampia
ed esaustiva introduzione sulle abitudini e il modo di vivere dei
sammarchesi: da un’attenta lettura della prima parte del libro si ricava
un’immagine di miserie e sofferenze, ma soprattutto si evidenzia la
capacità della gente nel sapersi adattare ed affrontare i duri colpi di
un’esistenza grama e irta di ostacoli. Molti dei lavori (o forse quasi
tutti) analizzati da Ceddia sono ormai scomparsi dalla vita civile
sammarchese, principalmente per il continuo dilagare del fenomeno
migratorio, dentro e fuori dall’Italia: ma anche per il
"netto" rifiuto delle nuove generazioni voler apprendere e
continuare l’attività dei propri avi, cercando ad ogni costo di
impiegarsi nel terziario che, per quanto improduttivo, garantisce tuttavia
una certezza economica. Gli arnesi, la bottega, gli animali da tiro e da
soma, gli utensili, o quant’altro a sua disposizione, non sono più
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in grado , purtroppo, di garantire al
piccolo artigiano un guadagno onesto e duraturo in quanto l’industria
offre ora su larga scala qualsiasi oggetto di consumo e a prezzo molto
contenuto; pertanto, egli non può fare altro che ritirarsi in buon
ordine, specialmente se non è in grado di sostenere certe spese e
adattarsi al nuovo clima e trend produttivo di mercato. L’autore fa
capire a chiare lettere come sia stato negativo per molti di loro l’avvento
del progresso tecnologico! Quanti paesi soprattutto piccoli centri, nel
Sud, in questi ultimi decenni, si sono ridotti a un "grumo" di
braccia conserte di gente pensionata o di giovani rassegnati a subire una
nuova emigrazione, specialmente di tipo intellettuale. Allora viene da
domandarsi: di quelle irca quaranta occupazioni rimodellate magistralmente
in queste pagine da Michel Ceddia con il cuore e con la memoria, ma anche
con la perizia del vecchio "maestro" o "manovale" che
le racconta e si bea bel narrarle cosa è rimasto se non la dolce favola
di un passato forse più povero, ma sicuramente più candido e sereno?
Sono tanti i lavori maschili e femminili riportati nel volume: il norcino,
il cerrettiere, il carradore, il calderaio, lo scardassatore, il
maniscalco, brecciaiolo, l’ombrellaio, il funaio, il cavapietre, lo
scalpellino, il mugnaio, il banditore (così importante e amato un tempo,
in barba agli odierni spot pubblicitari!), l’oste, il venditore di
sanguisughe, la sarta, la ricamatrice, la spigolatrice, la lavandaia (di
gustosa memoria pascoliana). Tutti vengono riproposti con una descrizione
meticolosa e narrati con linguaggio popolare, ma accattivante, e proprio
per rendere più colorito e reale l’ambiente, utilizzando una sintassi
discorsiva e lineare, da vera cronaca, e un lessico tecnicamente
appropriato sia in gergo sammarchese che nella traduzione in lingua, da
cui emerge qualche sottile arguzia o ironia nel rappresentare le
caratteristiche di taluni personaggi di allora o, per dirla col Manzoni,
forse di sepre! Il volume colma quindi un vuoto nella ricerca etnografica
locale che finora mancava. Anche l’apparato fotografico inserito di
proposito dai curatori è in simbiosi con l’analisi operata dall’autore
in quanto integra con foto d’epoca il buon quadro storico dei nostri
vecchi ed estinti mestieri.
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