Artisti Di capitanata: Domenico Sangillo

di Angela Picca

Gargano Eterno

Carsico cetaceo

mistero

di remoti universi

(Parole e Silenzi, 1992)

Domenico Sangillo, Mimì per gli amici, è abituato agli omaggi. Nello scorso anno (15-X-2000) per le Edizioni Claudio Grenzi è stato presentato il libro-catalogo "Domenico Sangillo – Opere" che racchiude la storia di un artista che ha fatto dell’autenticità il suo credo. 

Nato nel 1922 a Rodi Garganico, Mimì giunse a Roma giovanissimo, con l’animo velato a lutto per la perdita della madre. Qui conobbe e frequentò i più importanti artisti del tempo (Mafai, Scipione, Lazzaro) ed esordì, in grande stile nel 1953 alla Mostra Internazionale dell’Agricoltura dove espose in compagnia di Sante Monachesi, Domenico Purificato, Francesco Trombadori. Da allora il suo nome è accanto e insieme ai grandi della pittura italiana contemporanea. Ma la sempre più frenetica vita dell’Urbe provocò in lui la nostalgia del ritorno "a casa" (1970), nella sua bianca Rodi, dove ha continuato a lavorare anche come acquerellista e dove è scaturita, dalla "roccia", la tagliente poesia. Complementare alla pittura, la sua è poesia che scaturisce da un "fiume che straripa", segno di una personalità "ruggente" in cui la pennellata rapida, asciutta, essenziale, è esito di incessante scavo interiore, che tratteggia, in un balenio, tutto il mondo dell’artista, fatto di affetti familiari di "cariche allusive, di ironia sottile che spesso sconfina nel sarcasmo, quasi una valvola di scarico per superare le ambasce della vita". Pasquale Soccio, che ha cantato l’anima garganica in quell’opera ormai fondamentale punto di riferimento che è "Gargano Segreto", nella prefazione alla silloge "Segni di un uomo nel tempo" (1991), con la rara sensibilità che lo distingueva, coglie il carattere precipuo dell’arte di Sangillo insito nel "respiro breve di una fulgurazione: sintesi di una epifania che passa dal lampo al tuono … la sua pittura è poesia e la sua poesia è pittura". E Soccio che ben conosceva il travaglio del buio, poté meglio di altri comprendere quelle brevi composizioni che non "lasciano spazio ad oleografie di comodo", ma rivelano cunicoli nei percorsi accidentati dell’anima. E oggi che la vista ha quasi completamente abbandonato anche Mimì, le raccolte "Parole e silenzi" (Schena, 1992), "Sogno e memoria" (Schena, 1996), racchiudono la paura di un "bimbo" alla fine del suo tempo, che sente avvicinarsi, sempre più, come ombra ingigantita nei notturni desolati, il "presagio": "Intorno / alle ultime / uve / il fantasma di un triste inverno". In attesa della pubblicazione dell’ultima "silloge", 

che sappiamo prossima, era doveroso rendere un altro omaggio all’uomo che non vuole arrendersi alla mano tremolante, che sa ancora vibrare dinanzi ad un volto di donna, ne sa "rubare" gli sguardi e li fissa, rapido, con il carboncino, pronto per un nuovo viaggio verso ignoti approdi. L’occasione per radunare nuovamente intorno a Mimì estimatori ed amici è giunta dalla prof.ssa Rina Di Giorgio Cavaliere che gli ha dedicato il suo lavoro Il tempo della memoria (Ed. Del Rosone), presentato a Rodi l’8 agosto 2001 nella Sala delle Conferenze dell’I.T.C.G. "M. del Giudice". Fra gli intervenuti il dott. Inglese, Assessore al Turismo, a nome del Sindaco dott. Nicola Pinto, i proff. Angelo Russi (Università dell’Aquila), Giuseppe De Matteis (Università di Pescara) che hanno curato rispettivamente la Prefazione e la Postfazione. L’autrice, che insegna Materie Letterarie alla Media Statale "F. De Sanctis" di Foggia (oggetto della sua prima pubblicazione Storia di una Scuola - Ed. Del Rosone), ha voluto qui "racchiudere l’essenza di un’anima forte e travagliata" come quella di Mimì in cinque capitoli: "Fortunato è l’artista"; "La natura maestra"; "L’esperienza romana"; "Il ritorno a Varano"; "Nutrirsi di memorie", altrettante "stazioni" di vita, intensamente vissuta e sofferta, di un artista che ha oltrepassato i confini della sua terra. Un’ardua sintesi dettata non soltanto da profonda amicizia e stima per un maestro ma soprattutto dal desiderio di perforare l’invisibile parete della creatività e "carpirne" così "lo spirito nascosto". E allora l’amato Gargano, che esplodeva nei verdi, negli azzurri, nelle solari "luci d’estate", nei quieti apparentemente, scorci palustri del Varano, ritorna in versi, incisivi, lapidari, memori dell’esperienza ermetica, che rivelano un vitalismo mai spento, un costante desiderio di lotta titanica contro di sé e il mondo. "… di me / soltanto tracce". Molti, tanti si sono cimentati a parlare di Sangillo e come egli stesso dice, "forse hanno detto tutto, forse non abbastanza, e forse pochi hanno tentato il ritratto della mia anima, quel che più conta è che emerga il ritratto di una onestà intellettuale che ha contraddistinto tutta la mia vita". Il suo saluto è il suo credo: "l’uomo se non vive d’amore non ha capito nulla". Auguriamo a Mimì, che "s’immilla d’amore", di non farsi mai venire "a noia il mondo", soltanto così potrà far librare ancora aquiloni, con i colori "di cui è fatto", nell’azzurro della sua Rodi ...

Rina Di Giorgio Cavaliere

Il tempo della memoria

(Omaggio a Domenico Sangillo)

Ed. Del Rosone, Foggia, 2001, pagg. 77 – L. 20.000

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a cura di Teresa Maria Rauzino

Domenico Sangillo – Opere

Libro-Catalogo

Claudio Grenzi Editore, Foggia, 2000 - pagg. 55 – L. 38.000

(Nella foto: uno scorcio di Rodi Garganico)

 

 

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