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di Alfonso PALOMBA
FOGGIA. Dopo due anni di applicazione, per cosi dire, soft
del nuovo ordinamento degli esami di Stato (cfr. L.10 dicembre 1997, n.
425 e DPR 23 luglio 1998, n. 323), la nuova formula - con alcuni
aggiustamenti apportati in itinere - andrà a regime nel giugno/luglio di
questo anno appena iniziato.
Due anni sono certo ancora pochi per esprimere giudizi, ma
molti sono i segnali che spingono verso forme di pessimismo circa la reale
possibilità di recuperare, con questi esami, serietà nella verifica dei
processi educativi: dico questo ovviamente perché la "riuscita"
del nuovo ordinamento, più che nella legge, è nelle mani di tutti gli
operatori del sistema nella loro quotidiana attività dentro e fuori le
aule.
Tra gli insegnanti, però, c'è disorientamento e
malessere -non certo tra gli studenti convinti che oggi un diploma non si
nega ad alcuno- forse perché, con la nuova formula, hanno
"scoperto" la loro "inadeguatezza" di fronte ad una
realtà improvvisamente diversa, ad un meccanismo complicato, che irrompe
nel tran tran di una scuola che si tira avanti con la forza dell'inerzia,
per non dire della disperazione. La vera novità dell'esame, infatti, è
nella pluridisciplinarità (cfr. la struttura della "terza
prova" e del colloquio) che nelle aule scolastiche è finora la
grande assente: come si può lavorare in team, se il docente di scuola
media superiore è ancora l"'artigiano individualista", legato
alla sua disciplina, alle sue ore di lezione, ai suoi compiti?
Come è possibile creare all'interno della commissione
d'esame una collegialità, che difficilmente si crea in un consiglio di
classe durante un intero anno scolastico o addirittura durante l'intero
triennio finale? Esito consequenziale ditale mancanza di intesa è lo
squallore di tanti colloqui, concepiti come sommatorie di domande (una di
italiano, una di storia, una di economia aziendale ecc.), cosi come
avviene, nella maggior parte dei casi, per la "terza prova", da
più parti definita "ciambella di salvataggio"? La verità dei
fatti è che il nuovo esame può funzionare solo se ha funzionato durante
l'intero percorso degli studi il Consiglio di classe, che al contrario
oggi, allo stato attuale delle cose, è malato di inefficienza/
improduttività, in quanto frequentemente non esiste al suo interno
un'effettiva dinamica interpersonale di elaborazioni concettuali e di
itinerari decisionali.
E' sufficiente leggere i verbali dei vari C.d.C. per
comprendere come tali organi "di coordinamento, di contatto reciproco
e rapporto dell'attività dei singoli docenti" (CM n. 266 dell'8
agosto 1963) siano oggi immersi in una asfissiante routine, ad onta di
quella funzione pedagogica che la legge attribuisce loro: stranamente -si
fa per dire- detti verbali sono perfettamente identici nella forma e nella
sostanza con l'unica differenza delle ore e dei giorni, dei docenti
delegati e verbalizzanti. Il vero problema è qui, nel funzionamento del
C.d.C., che non è un'entità ectoplasmatica, ma una somma di persone, che
devono operare con intelligenza e seria professionalità: se tutto questo
viene a mancare, mi chiedo come sia possibile procedere, a fine
quinquennio, alla compilazione del documento del 15 ~ (DPR n. 323 del 23
luglio 1998, art. 5, co. 2) o preparare gli allievi ad affrontare
adeguatamente l'esame finale, previsto dalla L.425197.
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Senza un recupero della centralità del C.d.C. che, come
scrive M. Ciandrini deve essere il luogo della riflessione pedagogica,
della produttività metodologica e della decisionalità valutativa, tutti
i cambiamenti introdotti dalla nuova formula rischiano di fare flop, in
barba alle migliori intenzioni di chi ha salutato l'esame- edizione 98/99
come una seria proposta per restituire dignità al vecchio sistema,
divenuto nel tempo una vera e propria farsa per colpa di tutti. Dietro
l'angolo, invece, ci sono troppi rischi in agguato, che inducono a
ritenere che non sia finita l'era delle promozioni facili: in particolare
intravedo quello della possibile banalizzazione non solo della terza prova
e del colloquio, ma anche del sistema dei punteggi. A livello di terza
prova è, infatti, forte la tentazione dei docenti rappresentanti di
classe di "imporre" alla Commissione -in nome della coerenza
"con l'azione educativa e didattica realizzata nell'ultimo anno di
corso" (art. 5, co 2, del Regolamento)- la tipologia delle due uniche
esercitazioni svolte nell’ anno (una per quadrimestre al massimo) o
quella di pilotare la scelta verso una tematica già nota ai candidati:
sottovoce, poi -per non essere accusato di "lesa maestà" nei
confronti della professionalità degli operatori della scuola mi chiedo in
quanti casi i candidati verranno a conoscere in anticipo le domande. A
livello di colloqui è possibile -così come è avvenuto in molti casi-
che esso venga mortificato in una raffica di domainde, per lo più casuali
e non pensate in funzione degli obiettivi da verificare, con la
conseguenza che nell'arco di quaranta- quarantacinque minuti si assiste ad
una "cavalcata" attraverso le varie discipline di volta in volta
fatta da un solo interlocutore, nella generale disattenzione degli altri
componenti, presi da tutt'altro interesse che da quello per Manzoni o per
il fascismo o per il factoring o per la funzione sociale del potere
impositivo dello Stato. Che dire, poi, delle resistenze incontrate a
livello della nuova pratica di valutazione introdotta dalla normativa
sugli esami di Stato? Anche su questo terreno si sono registrate
disfunzioni in sede di esame, trattandosi di un cambiamento -dalla
valutazione decimale al punteggio- difficile per il momento da
metabolizzare da parte di chi da sempre è abituato a "dare
voti": di qui le alchimie alle quali si è fatto ricorso in sede di
esame sulla base di griglie di "meccanica" traduzione di voti
decimali in punteggi. Anche in questa direzione occorre evidentemente un
lavoro preparatorio durante il percorso scolastico: l'esame, in fondo, è
solo l'atto finale di un percorso, che può dare esiti positivi, solo se
durante il cammino si è operato bene. In questo senso ha ragione G.
Bertagna, quando afferma che "non sono gli esami a fare la qualità
della scuola: semmai è il contrario" (N.S., n. 4, dicembre 1998). I
presupposti ci sono nella legge, a parte qualche zona d'ombra che resta da
chiarire, ma la palla è ora nelle mani degli operatori della scuola:
dipende, infatti, da docenti e presidenti di commissioni realmente
motivati e consapevoli se restituire o meno vigore all'esame conclusivo,
tenendo ben presente che la serietà di cui parlo non significa dar vita
ad una scuola che boccia, ma vuole sottolineare soltanto come la verifica
finale, fatta con un esame più completo e duro, costituisce una remora a
quel lassismo che da molti anni caratterizza l'intera vita delle diverse
comunità scolastiche.
Alfonso PALOMBA Dirigente Scolastico I.T.C. "P.
Giannone" - Foggia
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