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di Alfonso Palomba
Un proverbio africano recita "Ci vuole un intero
villaggio per educare". C'è in questa fase una verità importante,
perché in educazione si ottengono risultati significativi, solo se
esiste, accanto al soggetto in apprendimento, una rete significativa di
rapporti interpersonali capace di rispondere ai suoi bisogni educativi.
Nella realtà scolastica di oggi, invece, non è difficile accertare
l'assenza di tale rete per chi sperimenta "intus et in cute" la
quotidianità di un universo popolato da giovani lasciati soli nel loro
cammino sia da docenti distratti - il cui equilibrio professionale
frequentemente ha il baricentro al di fuori della scuola - sia da genitori
assenti, preoccupati di farsi perdonare per la loro latitanza, ricorrendo
anche alla complicità intessuta di bugie raccontate al dirigente per
giustificare sempre e comunque i comportamenti dei loro figli, senza mai
fermarsi a riflettere sul principio che nell'educazione e nell'istruzione
si possiede solo ciò che si conquista.
Il risultato della frattura docenti-genitori è il vuoto educativo intorno
ai tanti giovani che attraversano le nostre scuole e che non diventano mai
scuola; la loro fatica ad imparare, con la quale gli insegnanti si
misurano nelle aule giorno per giorno, diventa cosi il segnale esteriore
della loro difficoltà a cercare la propria strada, la metafora della
propria solitudine, la reazione, più o meno inconscia, rispetto ad adulti
(genitori/docenti) che non sanno parlare alle loro menti e ai loro cuori.
Noi impariamo, infatti, solo da chi ammiriamo, da chi stimiamo, da coloro
che fanno ciò che noi vorremmo fare: se nella scuola, pertanto, i giovani
fanno tanta fatica ad imparare è perché non riescono, come scrive
Francesco ALBERONI, a prendere a modello né i propri genitori né i
propri insegnanti, ma ammirano esclusivamente i personaggi del mondo dello
spettacolo, tanto che per loro ciò che dicono Jovanotti o Maria De
Filippi è più importante del pensiero di Kant o delle poesie di Leopardi
o delle opere di Shakespeare.
Occorre su questo riflettere prima di progettare una qualunque riforma,
sulla necessità, cioè, di collaborare tutti ad un'idea positiva di
scuola, non solo per riaffezionare ad essa studenti, docenti e genitori,
ma soprattutto la società civile: la scuola ha bisogno oggi - in questo
periodo storico di trasformazione profonda - di una rinnovata fiducia, ma
anche di una riaffermazione solida della responsabilità dei suoi
protagonisti, perché essa diventi spazio custodito e protetto per la
crescita e la maturazione delle giovani generazioni.
Deve diventare, in altri termini, centrale lo scopo della scuola, quello
per il quale gli allievi sono obbligati per legge a frequentarla e per il
quale gli insegnanti lavorano: senza la legittimazione dell'importanza
della scuola da parte della società (e quindi anche dai genitori),
infatti, non si va da alcuna parte, perché in questo modo non si potrà
mai spezzare il ballottaggio delle responsabilità tra genitori e docenti,
gli uni e gli altri abilitati istituzionalmente, per cosi dire, a farsi
carico dell'educazione e della costruzione di personalità, delle
personalità, cioè, dei giovani uomini e dei giovani cittadini, che sono
i figli e gli allievi (insieme figli e allievi). Una società (e quindi
anche la famiglia) che non dà valore alla scuola - ritenendola magari una
vecchia "banca dati" efficacemente sostituibile con la rete
internet - non è destinata a crescere né sul terreno della cultura né
sul terreno dei valori, rendendo cosi le giovani generazioni vulnerabili e
soprattutto disponibili a credere che il mondo sia fatto solo di quiz, di
chiacchiere, di risate e di svago.
Di questo devono essere consapevoli sia i genitori che gli insegnanti: i
primi devono comprendere una volta per sempre che la facilitazione - il
rendere cioè tutto facile ai propri figli, facendo apparire la fatica e
lo sforzo come mali in sé e giustificandoli sempre e comunque - è una
vera e propria linea antievolutiva che impedisce la crescita della
personalità; gli altri devono sapersi giocare di più nella relazione
quotidiana con i propri allievi, non perdendo mai di vista che
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lo scopo dell'educazione consiste nello
sviluppare "le capacità umane in tutte le loro possibilità",
come scrive Jacques MARITAIN.
Gli uni e gli altri, poi, collaborano contestualmente al recupero del
prestigio della scuola e del suo valore formativo - senza del quale
nessuna riforma potrà conseguire effetti positivi - non ignorando che i
giovani di oggi hanno bisogno di incontrare adulti-maestri e non
adulti-distratti: solo all'interno di una rete innervata nella stabilità
educativa e relazionale essi possono comprendere il senso dello studiare e
dell'imparare, sapendo di avere a che fare con persone che sono in grado
di offrirsi come modelli possibili e che meritano la loro stima per le
cose che dicono e che soprattutto mettono in pratica. Emerge all'interno
di questo contesto l'importanza educativa di una figura come quella
dell'insegnante che, in quanto educatore, dinanzi a giovani disorientati
deve saper concentrare la propria attenzione, oltre che sul versante
cognitivo, anche sugli aspetti transdisciplinari, relativi al curricolo
implicito, da gestire attraverso la diagnosi e l'esempio, attraverso la
diagnosi, stando accanto all'allievo in un ruolo di osservazione e di
ascolto sistematico, in una situazione, per cosi dire, di pronto
intervento per eliminare ostacoli e impedimenti alla crescita personale di
ciascuno; attraverso l'esempio, non perdendo mai di vista che in campo
educativo si impara più guardando e imitando che ascoltando, nel senso
che a scuola gli studenti imparano dagli insegnanti più osservandoli che
eseguendo gli esercizi che essi impongono loro (P. ROMEI).
Non meno significativa, però, è la presenza dei genitori accanto ai
figli, la presenza, cioè, di genitori non proiettati soltanto nella
ricerca del benessere materiale, ma pronti anche ad aiutare non solo gli
insegnanti a svolgere il loro compito, credendo in loro e nella scuola, ma
anche e soprattutto i loro figli a comprendere come lo studio, la
frequenza, la partecipazione attiva siano elementi significativi di un
percorso formativo, che può anche apparire faticoso, ma che è importante
per la loro crescita sul terreno personale e della cittadinanza
consapevole.
La responsabilità generazionaleobbliga tutti - genitori e
docenti - a trasformare la scuola in una "comunità" vera, fatta
di dialogo, di ricerca e di esperienza sociale, cosi come si legge
nell'art. 1, co 2, del DPR 24 giugno 1998, n. 249 (Regolamento recante 10
Statuto delle studentesse e degli studenti della scuola secondaria):
altrimenti essa rischia di essere soltanto una "scuola-bazar",
ma "scuola-mercatino" delle "offerte formative" più
appetibili, sfornate dall'inventiva dei codificatori del Pof scolastico e
lontane mille miglia dagli orizzonti dei giovani che popolano le nostre
aule. I giovani, al contrario, hanno bisogno di sentirsi circondati da
persone capaci di imprimere nel loro cuore le parole "I care"
che don Milani scriveva sui muri e sulla lavagna della sua canonica, per
sottolineare come i veri educatori sono quelli che sanno tener vivo negli
allievi la voglia di capire, di apprendere, di conoscere il mondo e sono
in grado cosi di aiutarli a sviluppare la loro umanità e le loro
professionalità.
La fatica che i giovani di oggi dimostrano nell'imparare e nello stare a
scuola nasce proprio dalla mancanza di punti di riferimento ben precisi
all'interno di una società che spinge a trovarli, invece, all'esterno
della famiglia e della scuola, tra i personaggi del mondo dello spettacolo
e soprattutto tra i cantanti, creando contusioni pericolose e falsi miti,
che di certo non aiutano le nuove generazioni a crescere.
Questi giovani hanno bisogno, al contrario, non di surrogati, ma di valori
veri che solo un'autentica intenzionalità educativa innervata in un
rinnovato patto tra genitori e docenti, può veicolare: la scuola
dell'autonomia potrà esplicare tutti i suoi effetti solo su questa base,
se potrà contare sul maggior numero possibile di "maestri" e
sul minor numero possibile di professori, su persone, cioè, disponibili
all'incontro con l'allievo e non solo al suo addestramento cognitivo.
Alfonso PALOMBA Dirigente scolastico ITC "P.
Giannone" - FG
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