Dalla crisi al cambiamento

I Compiti della scuola

di Alfonso Palomba

La scuola è posta oggi di fronte ad uno specifico problema di cambiamento, la cui cifra distintiva è l’autonomia: con essa, infatti, si è innescato un processo lungo e complesso, in cui la dimensione giuridica si intreccia con quella culturale e comportamentale, in cui le norme aprono spazi nuovi ma richiedono nel contempo idee, intenzioni, strumenti adeguati. 

Di fronte alla nuova prospettiva disegnata dal DPR n. 275 dell’8 marzo 1999 (Regolamento sull’autonomia) è innegabile che sia determinata nelle scuole una sorta di disorientamento generalizzato, legato da un lato alla natura delle sfide poste dalla trasformazione del sistema, dall’altro alla scoperta che ciò che molti avevano immaginato come un traguardo in realtà è solo un punto di partenza, l’avvio di un percorso denso di problemi e di nodi critici, la cui soluzione è oggi nelle mani dei corpi professionali impegnati ai diversi livelli all’interno delle istituzioni scolastiche e non più in quelle degli organi centrali. In questo passaggio dalla scuola dello Stato alla scuola della comunità – sancita dall’art. 21 della L. 59/97 – è la chiave di volta del cambiamento che è stato introdotto dalla strumentazione giuridica (leggi: autonomia e personalità giuridica), ma che rischia di rimanere allo stato potenziale, se le scuole restano passive: sta di fatto agli operatori scolastici scegliere se mettersi in gioco o no, nella consapevolezza che si gioca, in questo momento storico di grandi trasformazioni, una partita importante, orientata a definire quale sia oggi il ruolo della scuola – snodo principale da cui transitano le nuove generazioni – di fronte ai mutamenti incalzanti della società conoscitiva (Cfr. Libro bianco n. 2, a cura di Édith CRESSON). E’ cominciata, in altri termini, una nuova stagione per il personale scolastico, abituato a costruirsi una comoda nicchia per vivere alla giornata, quella dell’autonomia, che ha aperto, per così dire, una breccia nel muro delle abitudini centralistiche, disegnando un’ipotesi di scuola in rapida trasformazione e dando, di conseguenza, ad essa la possibilità di organizzare l’attività didattica in modo flessibile, oltre che l’opportunità di costruire interazioni ed integrazioni con il contesto territoriale, nell’ambito delle risorse e dei fabbisogni locali.In questo quadro di riferimento la scuola deve sapersi dare una prospettiva possibile di cambiamento, per promuovere un’idonea azione formativa a favore della persona in crescita, nell’intento di metterla in grado di porsi in relazione positiva con i processi in atto di globalizzazione della cultura, della comunicazione, dell’economia e della politica: di questo devono prendere atto gli operatori scolastici, non solo comprendendo una volta per tutte che non è più possibile continuare a fare tutto come prima, come se nulla sia accaduto negli ultimi cinque anni a livello di scuola, ma soprattutto acquisendo la consapevolezza delle nuove responsabilità loro affidate dalla riforma in atto.

 

 

 

 Per svolgere con credibilità e con dignità il proprio ruolo di importante agenzia formativa, la scuola dell’autonomia deve recuperare una riflessione collettiva sui suoi compiti fondamentali – logoratisi, in vero, nel tempo per una sorta di progressiva evanescenza valoriale – reimpostando la sua azione didattica sul terreno dell’informazione, della formazione e dell’educazione. Quali i compiti della scuola oggi? Non c’è dubbio che la scuola debba continuare ad istruire e a trasmettere conoscenze, facendo sì che i giovani imparino certe cose, gradatamente, secondo l’età, a mano a mano che crescono: in maniera più pregnante deve insegnare ad imparare, sollecitare i giovani a saper gestire consapevolmente il proprio apprendimento, a saper studiare in modo efficace, attraverso i libri in modo specifico – che, nonostante tutto, rimangono nella nostra era "digitale-universale" i principali strumenti di trasmissione della cultura – ma anche attraverso l’uso dei mezzi multimediali messi a disposizione della nostra epoca già definita del "tempo reale" e della "realtà virtuale", mettendo, però, i giovani in questo caso, in condizione di saper scegliere responsabilmente le informazioni utili tra l’abbondante spazzatura messa dissennatamente in circolazione (in internet, per esempio). La scuola, però, ha anche un importante ruolo da giocare sul terreno formativo: non può, infatti, limitare il suo intervento al mero addestramento cognitivo, ma deve soprattutto mirare a formare le competenze intellettuali ed emotive per assicurare la coesione sociale, la comprensione reciproca e la cooperazione per poter consentire ad ognuno di competere costruttivamente con gli altri. Sul terreno, infine, dell’educazione, in presenza della riduzione del ruolo educativo della famiglia e di tutte le altre agenzie, la scuola deve saper recuperare tutta la pregnanza del suo compito, puntando sulla promozione di personalità socialmente integrate, capaci di rispettare le regole e di condividere i valori di base per poter vivere responsabilmente in società, aperte al confronto interculturale e sensibili ai grandi problemi della pace, dello sviluppo e dell’ambiente. Su questi temi occorre aprire un serio dibattito nell’intento di restituire piena centralità alla scuola, intesa come unica agenzia che, muovendo da una precisa intenzionalità formativa, è in grado di fornire ai giovani gli strumenti necessari per conoscere e valorizzare le proprie risorse, per leggere le linee evolutive del mondo contemporaneo, per meglio indirizzare le proprie azioni e la propria vita: a questo dibattito nessuno può sottrarsi, perché è questione – quella della scuola – che riguarda non solo le nuove generazioni, ma anche il futuro della società intera. Per la scuola dei prossimi anni – quella dell’autonomia e della corresponsabilità di tutti i suoi attori – bisogna far leva della professionalità dei suoi protagonisti quale asse portante della riforma, da garantire sul piano dei requisiti e della qualità in progress, da incentivare con adeguati interventi economici nell’ambito di prestazioni di ampio respiro, ma anche di rivalutazione sociale: in altre parole occorre un cambio mentalità di tutti – dirigenti, docenti, famiglie, alunni, personale Ata e società in senso lato – perché si collabori alla ricostruzione del senso e del significato della scuola. Solo così una volta recuperato l’interesse di tutti per l’istituzione-scuola, essa potrà tornare ad essere luogo significativo per i ragazzi, che impareranno a frequentarla con assiduità e a non scappare più da essa, come fanno oggi ad ogni piè sospinto.

 

 

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