Itinarari Garganici in un libro di Nicola Basso

"Le chiese campestri del Gargano Nord- Umiltà e grandezza"

 

di Angela Picca

Nel ricco panorama delle pubblicazioni (riservate agli Enti e alle Biblioteche), edite dalla Regione Puglia a cura del CRSEC Distrettuale (Centro Regionale Servizi Educativi e Culturali FG 28 Vico del Gargano, il cui gruppo operativo vede la collaborazione di: C. di Nunzio, N. Petrone, E. Saccia, C. Scaramuzzo, G. Tavaglione) va segnalato il volumetto "Le chiese campestri del Gargano Nord – Umiltà e grandezza" a cura di Nicola Basso.

L’autore, nato a Vico del Gargano, titolare d’inglese presso il locale Liceo Scientifico, da molti anni si occupa di ricerca storica e da dieci dirige il Gruppo Archeologico Gargano "Silvio Ferri" e il "Museo Trappeto" Maratea. Il Gargano, è terra, da secoli, sacra. L’arcangelo Michele che, con la spada protesa nel cielo, difende gli abitanti della "Montagna del Sole", per primo ha guidato il cammino degli antichi pellegrini. E costoro che, a piedi, volevano raggiungere la santa Grotta dell’Apparizione, stanchi per il lungo viaggio, trovavano ristoro nelle piccole chiese disseminate in un territorio "aspro e selvaggio", quando le strade erano ancora viottoli polverosi. Queste chiese, oggi solitarie, mostrano i segni di faticosi passaggi, di culti spesso dimenticati dal visitatore frettoloso alla ricerca soltanto di folklore. Esse rappresentano invece "una testimonianza intatta di fede e di ricordi nelle pietre e nei ruderi di un mondo primitivo e autentico che continua a vivere nella memoria dei nostri padri …"

Purtroppo l’esodo massiccio dalle campagne verificatosi in Italia e nel Meridione, in particolare tra gli anni 50/60, ha segnato anche l’abbandono di edifici sacri che erano punto di riferimento per la gente contadina. E allora, scempio che sembra non aver fine, si sono asportate campane, acquasantiere, portali con architravi in pietra, stemmi gentilizi con date incise, tutti furti su commissione per 

 

abbellire dimore di chi neanche conosce la provenienza di tali reperti. Nella recente ricognizione, operata dal prof. Basso, appaiono così, accanto a strutture ben conservate, pareti frantumate, tetti crollati ed interni aggrediti dall’erba, resti mutilati che invocano salvezza. Tra le sedici chiese recensite, nove sono quelle dislocate a Vico, il centro più importante del ‘Promontorio’: S. Michele Arcangelo, S. Antonio da Padova (in località S. Menaio), S. Maria della Difesa, S. Maria al Canneto, S. Biagio, S. Nicola, S. Maria delle Grazie, S. Rocco, S. Giacomo. Le altre sette si trovano: a Vieste S. Maria di Merino, a Peschici la Madonna di Loreto, ad Ischitella S. Pietro in Cuppis e la SS. Annunziata, a Rodi S. Barbara, a Carpino la S. Croce e a Cagnano la Madonna di Loreto. Merita soffermarsi sulle più antiche che, purtroppo, presentano il massimo degrado. Tra queste ricordiamo S. Nicola, presso l’omonima sorgente "che sgorga nella campagna vichese fra colline … digradanti verso giardini d’aranci", citata in un privilegio (1134) di Ruggero II, re di Sicilia, e nella bolla di Adriano IV (1154). Poco lontano la coeva S. Biagio, "seminascosta da secolari ulivi", annotata in un privilegio (1176) di Guglielmo II il Buono. Questa mononavata (10 metri di lunghezza e 5 di larghezza), era anche la più povera: custodita da un eremita, possedeva, infatti, poche piante di ulivo che davano soltanto l’olio necessario a tenere accesa la lampada davanti al Santo. Da anni sono scomparsi i dipinti della Vergine, la statua di S. Vincenzo, il quadro dell’Addolorata col Figlio Morto, la statua lignea di S. Biagio Vescovo, con mitria e pastorale, e la campana. Insieme alla preziosa guida del prof. Basso, ci dirigiamo ora verso Ischitella e saliamo sulla collina abitata da annosi ulivi "che scendono, quasi a rincorrersi, fino e oltre il vallone percorso da acqua perenne" e ci troviamo di fronte ai ruderi poderosi di S. Pietro in Cuppis (originariamente de Cripta Nova). Ricordato nella bolla (1117) di Alessandro III, tale edificio rivestì grande importanza poiché, prima possedimento dell’abbazia di Calena (Peschici) e poi dell’Ordine Monastico Pulsanese. L’abbandono venne quando, perduto il ruolo predominante, in quel romito luogo di preghiera, sembrò, un diritto – per nuovi vandali -, depredarne il corredo artistico e architettonico. A queste ultime va il nostro reverente pensiero perché, più di altre, mostrano le dolorose ferite del tempo. Ci auguriamo che le piccole chiese, ove un tempo risuonarono i canti di ringraziamento per la sospirata pioggia, che impreziosirono il "dotario" delle regine di Sicilia, siano restituite al più presto a nuova dignità. Oggi il leone rampante della famiglia Gentile, feudataria di Ischitella in epoca normanna e sveva (XII e XIII sec.), scolpito sul portale laterale di S. Pietro in Cuppis, e asportato qualche anno fa da ignoti, orna qualche villa forse non lontana da qui, così come l’acquasantiera consumata da nodose dita indurite dal lavoro dei campi è specchio per ninfee di lusso, ma la campana, per chi può suonare la campana? …

Nicola Basso – "Le chiese campestri del Gargano Nord – Umiltà e grandezza", Vico del Gargano (FG), novembre 2000

Premessa: dott.ssa Anna Peres, Presentazione: prof.ssa Loreta Soldano

(Nella Prima foto: S. Pietro in Cuppis)

 

 

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