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di Severino Carlucci.
Torremaggiore. Riteniamo doveroso da parte
nostra ritornare a parlare della Fiorentino dopo che sui ruderi di questa
antica città sono stati ricordati i 750 anni trascorsi dalla morte di
Federico Secondo di Svevia avvenuta tra quelle mura il 13 dicembre 1250.

Anche se l’Imperatore Svevo fu il
personaggio storico più illustre legato al nome di Fiorentino per avervi
trascorso le sue ultime settimane di vita non deve essere dimenticato che,
per volere dello stesso Imperatore, già dall’anno 1240, nella parte
"extra moenia" della città fatta costruire dai Bizantini, venne
alloggiata una parte di quei sessantamila Saraceni fatti forzatamente
trasmigrare dalla Sicilia che, nel loro assieme costituirono la colonia
Saracena di Lucera tanto da farla qualificare come "Lucera
Sarracinorum".
Gli storici riportano nelle loro cronache
che la parte Saracena di Fiorentino venne messa a sacco e fuoco nell’ottobre
del 1255 dalle soldataglie papalesche scornate dal fatto di non essere
riuscite a mettere le mani sul tesoro imperiale custodito nel castello
federiciano di Lucera. Un fatto di tragica cronaca che precede di
quarantacinque anni un altro fatto ancora più eclatante: la distruzione
selvaggia dell’intera colonia Saracena di Lucera da parte di Carlo II D’Angiò,
avido di mettere le mani sui risparmi che la operosa comunità aveva
accumulato per un periodo di tre generazioni, risparmi che al Re servivano
per rimpinguare le casse dello stato dissestato dal lungo periodo della
guerra dei "Vespri". Nel 1240 l’agglomerato urbano di Lucera
era insufficiente ad ospitare tutti i Saraceni negli insediamenti urbani a
Lucera o nelle "masserie regie" disposte ad ospitarle secondo le
loro attitudini.
Contando sulla fiducia loro accordata da
Federico II, i Saraceni trasformarono Lucera in una "loro"
città con tanto di "cadì", di moschea e di minareti con i loro
"muezzin" mentre per la popolazione cristiana della città si
provvide con il "Trattato di San Germano" stipulato tra Federico
II e Papa Gregorio IX, a trasferirla a Santo Stefano di Francisca situata
nelle anse del Salsola e del Triolo che tuttora conserva il toponimo di
"Papaiorio" in ricordo di Papa Gregorio e il suo territorio
venne aggregato a quello di Fiorentino a sua volta racchiuso tra quelli di
Lucera e del Monastero Benedettino di Terra Maggiore sopra il quale l’Imperatore
Svevo non aveva alcuna autorità. Per quanto riguarda poi gli insediamenti
Saraceni in quello che allora costituiva il territorio di Fiorentino,
oltre a quello fuori le mura della città ed a quell’altro situato extra
territorio sotto la giurisdizione del Saraceno Ullmen Zamarrae, vanno
segnalati: il casale di San Salvatore Abati Aldi appartenentr alla Chiesa di
Santa Sofia di Benevento situato nella
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estremità orientale della collina
dello Sterparone dove ora sono edificate le tre masserie "Coppa
Castelli" dove sono ancora visibili i ruderi dell’antico, il casale
di Salsiburgo situato a metà strada tra San Salvatore e Torremaggiore, il
casale di Santa Lucia confiscato ai Cavalieri Templari ed il casale di
Costa di Borea adibito all’allevamento dei cavalli.
Tra Costa di Borea e Salsiburgo, non
incluso nel territorio di Fiorentino, stando a quanto riportano nei loro
scritti Antonio Del Duca e Jean Marie Martin sull’argomento, il Saraceno
Riccardo conduceva in fitto i terreni della Chiesa di Santa Maria di
Cantiliano appartenente alla Chiesa della Trinità di Venosa. Era vasto il
territorio gestito dalla colonia Saracena fuori le mura di Lucera anche se
in parte gestito con le comunità Cristiane dei luoghi in concordia in
pace e in armonia prolungatosi per un periodo si sessant’anni sotto due
dinastie: quella Sveva e quella Angioina.
Poi avvenne la "depopolathione",
cioè la distruzione selvaggia della popolazione Saracena anche se parte
di essa si era convertita al Cristianesimo e ne fu artefice il notaio
Pipino Barletta che agì in concorso con CarloII "lo Zoppo". In
una cruenta battaglia che si svolse all’interno della città, oltre
diecimila Saraceni vennero trucidati, altrettanti vennero venduti come
schiavi ed i restanti, privati dei loro averi, vennero relegati a
Crepacordio, a Jelsi ed a Macchia Godena. Furono
dieci giorni di lotte corpo a corpo nelle quali i Saraceni, presi alla
sprovvista ed accortosi troppo tardi della congiura, perpetrata contro di
loro, ebbero la peggio.
Correva l’anno 1300 e sul Soglio
Pontificio e sedeva quel Papa Bonifacio VIII che istituì il primo
Giubileo della cristianità. E’ risaputo che negli anni successivi a
quel misfatto a Carlo II D’Angiò non gli successe il figlio
primogenito, ma l’Angioino Croato Roberto I che Dante definì "un
Re da sermoni" e che nei secoli successivi gli stessi Angioini si
scannarono tra di loro per il possesso del regno di Napoli. Cosa è
rimasto tra di noi di quella operosa comunità eliminata selvaggiamente
non perché professava la religione Islamica ma per essere depredata di
ogni suo avere?. La comunità Saracena di Fiorentino
è stata la prima comunità della "Lucera Sarracinorum" ad
assaporare la "Civiltà" del guelfismo già nel 1255.
I Martiri di Otranto trucidati dai Saraceni
sono stati tutti santificati mentre si è tentato di far cadere nell’oblio
i Saraceni trucidati in Lucera e dintorni dai cristianissimi Angioini. Di
recente sulla collina dove giacciono i ruderi di Fiorentino è stato
innalzato un cippo in ricordo di Federico II nella ricorrenza della sua
morte. Da quel lontano agosto del 1300 sono trascorsi 700 anni ed ora
nelle nostre contrade esistono numerosi immigrati che professano la
religione Islamica.
Perché i Comuni di Torremaggiore e di
Lucera non si fanno promotori di far edificare sul sito di Fiorentino una
Moschea per permettere agli immigrati Islamici di praticare il loro culto?
Oltre che una dimostrazione di civile
accoglienza da parte nostra nei confronti di questa gente, questa Moschea,
significherebbe anche una dovuta riparazione storica.
(Nella foto: i ruderi di Castel
Fiorentino)
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