Studenti: dalla protesta alla cittadinanza attiva

La generazione invisibile

di Alfonso Palomba

FOGGIA. Il rito tribale si è ormai consumato. Da pochi giorni le scuole di Capitanata - come quelle di ogni parte del Paese - hanno riaperto i battenti dopo le vacanze natalizie e tutti - dirigenti scolastici docenti e alunni - hanno ripreso le loro attività di sempre come se nulla fosse accaduto. Rimosso, infatti, dalla coscienza il vulnus inflitto alle scuole nel periodo dal 14 al 23 dicembre scorso, quando gli allievi hanno occupato i diversi istituti o hanno disertato le lezioni o hanno inventato le più strampalate forme di autogestione/ cogestione, tutto sembra tornato alla normalità con buona pace non solo degli operatori scolastici, ma anche e soprattutto dei genitori, i "grandi assenti" delle turbolente giornate di metà dicembre.

Non è sufficiente, però, archiviare le goliardiche intemperanze degli allievi con qualche sorriso ironico o con qualche sommessa recriminazione condita di logori rimpianti di una scuola che non c'è più: è al contrario imperativo categorico per tutti - per i "falchi" e per le "colombe", per i docenti, cioè, che invocano dal dirigente scolastico la linea dura e per quelli più "disponibili" a capire le fantasiose iniziative dei loro studenti - interrogarsi sulle colorite manifestazioni che da anni ormai caratterizzano la vita scolastica, una volta giunti al mitico traguardo dell'autunno. Non è deontologico lasciar perdere ogni cosa, nella fretta di definire il rito autunnale delle occupazioni un epifenomeno, di natura fisiologica, perché incombe su tutti coloro che si occupano di formazione l'obbligo - umano e professionale - di "capire meglio", per orientare verso il positivo, se ancora e possibile, la giovanile esuberanza. Non sono così anacronistico superato, antiquato, retrogrado nel linguaggio degli studenti di oggi - da non comprendere che la gioventù e la voglia di "saltare" le ore di lezione sono da sempre collegate, da quando forse è nata la scuola, ma comprendo anche che non è possibile essere "assenti" dinanzi al problema della disaffezione dei giovani nei confronti della scuola: ho ancora dinanzi agli occhi la figura di quel "convitato di pietra" dal volto enigmatico L'INDIFFERENZA - che si aggira tutti gli anni nei corridoi dei vari istituti, d'improvviso gettati nel caos dall'exploit della protesta, per non provare una grande "indignazione", intrisa di sconforto e di impotenza ad un tempo.

Lo sconforto nasce dalla constatazione che i "simpatici" manifestanti di ogni fine autunno sono in balia del "disorientamento" totale - una sorta di "grande fratello" che li manovra ad libitum-tanto che hanno per lo più condotto le diverse iniziative messe in cantiere all'insegna del "vuoto" e del "nulla", ripetendo slogan orecchiati dai mass media e rifiutando - almeno nella "mia" scuola - ogni proposta di approfondimento dei temi da loro presentati a base della protesta e dei quali hanno mostrato di ignorare persino le coordinate fondamentali.

L'impotenza, poi, è il frutto di quella sensazione di frustrazione che si prova dinanzi a giovani che si rifiutano -una volta galvanizzati e pronti ad un'allegra manomissione delle attrezzature e delle suppellettili della scuola- non solo di discutere con i loro docenti i problemi verso i quali avvertono - così dicono e a noi tocca credere per non interrompere il dialogo - una particolare sensibilità, ma addirittura anche di capire ciò di cui stanno parlando. 

 

Dinanzi a questo preoccupante fenomeno di totale "spaesamento" dei giovani allievi - acuito dall'impunità per azioni che per nulla incidono sulla normale carriera scolastica - occorre mobilitarsi per tempo e non agire nell'emergenza e nell'incertezza: dove è finita - mi chiedo l'educazione civica nelle scuole? Dove la relazione interpersonale docente-alunno, di cui all'art. 3 del DPR 24 giugno 1998, n. 249 (Statuto delle studentesse e degli studenti della scuola secondaria)? Su questo terreno bisogna che gli insegnanti si muovano, non quando, però, si determina l'exploit della protesta, ma lungo il cammino, imparando ad ascoltare, a capire, a decifrare la complessa fenomenologia dei comportamenti giovanili e soprattutto "stando accanto" ai propri allievi perché acquistino coscienza che la scuola è "cosa loro" e non può, pertanto, essere "violata" con insensate manifestazioni di intolleranza. Le occasioni di partecipazione democratica all'interno della scuola non devono essere perdute, anzi agli insegnanti deve essere a cuore la loro diffusione e il loro consolidamento: tutto questo, però, non può esserci, se essi per primi disertano gli spazi del confronto (quanti insegnanti sono presenti alle assemblee di istituto o a quelle di classe?), favorendo, di conseguenza, gli atteggiamenti di passività, di indifferenza e di rinuncia (quanti insegnanti si soffermano in classe sul concerto di "cittadinanza" all'interno della comunità scolastica e sulla inutilità - per non dire stupidità - delle astensioni collettive?). Non dimentichino gli insegnanti che, prima della "scuola dei progetti", c'è la "scuola dei soggetti": solo se l'allievo, infatti, avrà sperimentato, nella concretezza del divenire scolastico, l'incontro con adulti consapevoli del proprio ruolo sociale e con modelli umani e professionali positivi (quanti insegnanti continuano a fumare nei corridoi della scuola, nonostante ci sia una legge che lo vieta?), potrà de facto esercitare il rispetto ed il confronto generazionale, acquisire proprie regole di comportamento e strategie di collaborazione, imparare che la scuola è una cosa seria e che le occupazioni/ assemblee/ astensioni non sono il sistema migliore per dimostrare quella maturazione che dovrebbe essere la qualità più alta del loro processo di crescita. Nella scuola dell'autonomia, poi, l'incontro triadico docenti -allievi- genitori è praticamente un "percorso obbligato", nel senso della corresponsabilità delle tre componenti circa le scelte organizzative e didattiche da adottare: in questa direzione il principale terreno di partecipazione diventa il POF, in cui è esplicitata e documentata l'identità culturale e progettuale di ogni singola istituzione scolastica. Come è possibile - mi chiedo- inserirsi nel processo di riforma determinato dall'autonomia, se in primis gli studenti nella media superiore - ma anche i genitori- non vengono coinvolti nelle scelte e nei percorsi delle scuole? Da chi? Dalla scuola sicuramente, ma, poiché la scuola è fatta di persone, dai dirigenti scolastici e soprattutto dagli insegnanti, nelle cui mani è il successo della riforma: la disaffezione degli studenti, infatti, frequentemente è il portato di docenti che non sanno più "parlare" ai loro allievi.

Alfonso PALOMBA Dirigente Scolastico I.T.C. "P. Giannone" - Foggia

 

Ritorna alla copertina