Lettera aperta al Sindaco di Carapelle

Il patto Violato

di Alfonso Palomba

Signor Sindaco,

le Sue recenti esternazioni pubbliche – concesse ai giornali e alle TV locali – circa l’imbarbarimento, a Suo dire, della vita politica ed amministrativa nella nostra cittadina hanno, a mio parere, il limite dell’assioma, di una verità forse inconfutabile dal Suo punto di vista, ma che risulta fragile dinanzi ad una riflessione attenta e serena. La Sua visione della realtà locale, infatti, - marcatamente manichea - che divide i buoni (leggi: consiglieri di maggioranza e simpatizzanti vari) dai cattivi (leggi: consiglieri di minoranza ed oppositori in genere), non persuade né sul piano concettuale né sul piano dell’agire quotidiano, perché non solo si sottrae ad ogni forma di costruttiva autocritica, ma anche ad un confronto aperto con chi ha una concezione delle cose diversa dalla Sua. Ho per certo, signor Sindaco, che la fibrillazione in atto nel paese, tra i partiti e tra la gente, non è frutto di pregiudizio né di posizioni conflittuali aprioristicamente assunte nei Suoi confronti: essa nasce, invece, dalla "sfiducia", derivante dalla consapevolezza di un marcato distacco esistente a Carapelle tra il paese legale e il paese reale, come un tempo si ripeteva o, come oggi si direbbe, riprendendo una fortunata battuta di Pier Paolo Pasolini, fra il Palazzo e la gente. Il cittadino, signor Sindaco, non è più disposto – per quanto siamo in una democrazia rappresentativa – a "delegare", ma vuole essere un interlocutore attento rispetto agli amministratori, ai quali chiede oggi di fare in modo che il Palazzo diventi accessibile e soprattutto trasparente. Visibilità, trasparenza e partecipazione sono, infatti, tre elementi-chiave per dare credibilità all’azione amministrativa intesa come servizio e non come esercizio del potere: per questo, però, occorre un cambio di mentalità radicale, che trovi alimento nella consapevolezza dell’urgenza di dar vita ad un nuovo patto di cittadinanza, in modo da ritrovare e rifondare i valori di una diversa etica pubblica e soprattutto di una diversa cultura politica. Chi è primo cittadino per volontà popolare – mi creda – deve essere in grado di creare un patto di fiducia tra i cittadini e l’ente Comune, perché quest’ultimo esca trasformato e legittimato: deve, però, improntare tutta la sua azione amministrativa a tre principi fondamentali, senza dei quali tutto è vano. Penso all’umiltà, alla semplicità e alla coerenza, le uniche coordinate possibili non solo per dare sostanza ad una "comunicazione bilaterale continua" radicata nel convincimento della necessità di pubblicizzare le decisioni assunte dalla maggioranza e di stimolare "comportamenti attivi" di proposta, ma anche per orientare l’impegno del primo cittadino nella direzione dei bisogni effettivi dei Suoi amministrati. L’umiltà – mi perdoni i toni professorali di cui "sine ira et studio" mi servo solo per fornire qualche spunto di riflessione – è la capacità di stare in mezzo alla gente, di relazionarsi con gli altri e soprattutto è la disponibilità ad imparare anche dagli altri: la competizione elettorale – conquistata per pochi voti in più rispetto agli altri – infatti, non rende il vincitore né onnisciente né onnipotente. La semplicità in politica, poi, non si identifica con il sogno rivoluzionario o con la prospettiva del cambiamento radicale rispetto ad un prius inesistente (come Ella afferma): la politica cammina a piccoli passi, l’azione amministrativa è fondata sui "piedi per terra" 

 

 

e non sulle attese miracolistiche, che possono solo generare delusioni profonde e fratture insanabili. La coerenza - qualità che consiste nel mantenere la parola data, nell’onorare gli impegni assunti con il "patto elettorale", nel restare al proprio posto, quello scelto al momento di sottoporsi al giudizio della gente – è, infine, la filigrana dell’impegno amministrativo, quella che dà credibilità alle persone, quella che procura il consenso, quella che fa la differenza tra le persone che praticano l’attività politica come un "servizio" reso alla propria collettività di appartenenza e quelle, invece, che la considerano uno strumento di affermazione individuale o di prevaricazione di parte. mCarapelle non ha bisogno del Suo gridare "al lupo, al lupo" – così si leggono le Sue dichiarazioni alla stampa degli ultimi tempi – né di amministratori immersi in una sorta di autocompiacimento vittimistico, ma solo di governanti capaci di essere tra la gente e di adoperarsi per la gente, dando ad essa conto del proprio operare in questa o in quella direzione: il fermento nasce solo quando i cittadini non comprendono ciò che accade, quando non si spiegano le ragioni della fluttuante geografica politica dei suoi governanti – resa plasticamente dai cambi continui di collocazione topografica dei consiglieri comunali – quando non capiscono il senso delle decisioni assunte, perché lasciati demagogicamente all’oscuro, quando si rendono conto che è sempre più difficile decodificare gli atteggiamenti dei politici-amministratori, quando prendono consapevolezza che gattopardescamente tutto cambia nel paese perché nulla cambi. Per questo io sono persuaso che il Suo problema, signor Sindaco, non consista nella decisione di privatizzare il servizio di NU né nella sua velleitaria volontà di reindustrializzare il territorio, bensì nella Sua indisponibilità a voler recuperare la fiducia dei Suoi concittadini nell’ente comunale e a creare di conseguenza le basi di una rinnovata convivenza civile: la ricerca del Buongoverno, in fondo, non solo implica la creazione di tutte le condizioni che possano renderlo concretamente realizzabile, ma soprattutto comporta il convincimento che Ella è al servizio della comunità e non viceversa. Essere Sindaco di una comunità, infatti, significa impegno, ascoltare l’altro, mettersi al suo posto, capirlo, interessarsene, rispondere alla sua chiamata e ai suoi bisogni più profondi, senza esporsi alle sirene delle clientele o alle lusinghe del nepotismo, in vista dell’acquisizione del consenso elettorale: su questi temi La invito a riflettere, io, che pure sono disposto a svolgere con onestà intellettuale il mio ruolo di consigliere di minoranza, tanto da scegliere di farLa operare senza ostruzionismi preconcetti, perché non possa dire domani di non aver potuto agire a causa del boicottaggio dell’opposizione. Nelle Sue mani, dunque, è la soluzione, perché le buone istituzioni sono indispensabili alla convivenza civile, anche se non bisogna mai dimenticare che – come ha detto Karl Popper – le istituzioni sono come le fortezze, cioè sono buone soltanto se i soldati sono validi. O meglio, per dirla ancora una volta con il poeta di "Accattone", nessuno può governare senza principi e soprattutto a nessuno è dato governare se non con il favore del popolo sovrano.

Buon lavoro, Sindaco.

 

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