C' era una volta a torremaggiore

di Severino Carlucci

Torremaggiore. C’erano una volta a Torremaggiore l’Ufficio del Registro, la Pretura ed il Pubblico Macello ed ora non ci sono più perché i primi due sono stati trasferiti altrove per disposizioni impartite dall’altro ed il terzo perché in contrasto con le precedenti disposizioni comunitarie. C’era una volta la sirena impiantata sull’edificio scolastico "S. Giovanni Bosco" dal Comando Operativo dell’armata aerea degli Stati Uniti d’America durante la seconda guerra mondiale che dirigeva la base aerea di Foggia che suonava alle otto del mattino per avvisare gli scolari che era tempo di recarsi a scuola, suonava per tutti a mezzogiorno e alle quattro del pomeriggio per avvisare quelli che erano a lavorare che era tempo di rientrare a casa. Ora il sibilo emesso da questa non lo si sente più. C’è ancora l’Ospedale civile "S. Giacomo" che nei decenni scorsi era considerato come il più importante nosocomio del comprensorio e che attualmente è stato ridimensionato nelle sue funzioni in base al riordino ospedaliero operato di recente dalla Regione Puglia. C’è ancora la Pineta ma... "O benestanti foggiani che vi illudete di riacquistare la salute e giacendo nei letti dell’ospedale della vostra città, venite a respirare l’aria del Piano comunale di Torremaggiore e tornerete sani". Così si esprimeva il Padre Provinciale dei Cappuccini Michelangelo Manicone nella sua "Fisica Appula" del 1750. Era, è tuttora balsamica l’aria che si respira alla periferia nord di Torremaggiore perché viene costantemente rigenerata dalla corrente che spira dalla vallata del "Funnone" che inonda tutta quell’area che una volta costituiva quella del Piano. Il nostro Piano Comunale che sul finire del diciannovesimo secolo, che il reverendo Luigi Cardillo stimò in settanta versure di estensione, subì un forte ridimensionamento nei quindici anni che seguirono la fine della prima guerra mondiale. Sulla sua area venne edificato il rione "Vittoria" o delle "Sante Croci", il campo sportivo, gli uffici i depositi e i magazzini nonché i binari della tranvia elettrica "Siec" che ci collegava con la stazione ferroviaria di S. Severo e l’edificio scolastico di "S. Giovanni Bosco inaugurato nel dicembre del 1933. Così ridotto in estensione, il Piano Comunale aveva un’area piccola presso la Chiesa delle Sante Croci o di S. Matteo, e un’area grande racchiusa tra l’ospedale, il campo sportivo e la linea tranviaria, suddivisa però in due sezioni di quattro filari di pini del viale del cimitero, messi a dimora nel marzo del 1926. Entrambe le sezioni erano adibite d’estate ad area pubblica e d’inverno, affittate come pascolo.

Nel 1941 venne edificata con materiale "autarchico" la "Casa del Mietitore" con l’annesso ufficio di collocamento. Dal gennaio 1944 e fino a settembre dell’anno successivo i soliti americani trasformarono tutta l’area in una tendopoli militare. Con il ritorno delle Istituzioni democratiche l’amministrazione socialcomunista, eletta nel 1947 e riconfermata nel 1952, presentò alle autorità competenti un progetto per la costruzione di un centinaio di case "popolarissime", di una quarantina di metri quadrati ciascuna, per dare un tetto a quelle famiglie disastrate, che per tutto il periodo bellico occupavano lo scantinato del castello, il macello nuovo e l’ex convento di S. Sabino. Un progetto che prevedeva la costruzione di un nuovo quartiere cittadino, con strade, piazza, e servizi, delimitato dall’ospedale , dal viale del Cimitero e dal nuovo giro esterno nord, ma che si dovette accantonare perché, venne fatto notare dalle autorità superiori, per coprire i costi ogni famiglia alloggiata in queste "casette" doveva sborsare come fitto la somma di quattordicimila lire mensili. Era una cifra esorbitante per quei tempi considerato che un bracciante agricolo percepiva quattrocento lire per una giornata di lavoro, quando la trovava. Nella primavera del 1950 vennero messi a dimora quei pini sull’angolo che fiancheggia l’Edificio scolastico ed in quella pubblica cerimonia il Corpo Forestale propose ai pubblici amministratori di trasformare in una pineta quell’area che doveva ospitare il nuovo quartiere popolare. Si discusse della proposta, la si accettò e iniziarono le pratiche burocratiche per metterla in pratica. Fu un gennaio nevoso quello del 1955 ma dopo che il sole sciolse la neve abbondantemente caduta, la gente si riversò a passeggiare per l’ultima volta canticchiando: " Aprite le finestre al nuovo sole, è primavera, è primavera", la canzone cha aveva vinto nel Festival di Sanremo qualche giorno prima". Venne costruito un cantiere di lavoro con i braccianti agricoli disoccupati e si procedette alla messa a dimora dei pini messi a disposizione del Corpo Forestale. A lavoro ultimato ci fu una cerimonia di inaugurazione con l’immancabile discorso delle Autorità e la foto-ricordo. E la nostra Pineta crebbe rigogliosa. Con il trascorre degli anni si provvide a sistemarla con vialetti, panchine ed illuminazione fino a diventare una splendida attrattiva per indigeni e forestieri. Ora non lo è più. Lo spettacolo che la Pineta offre alla vista è desolante: i suoi aghi emananti profumo silvestre da verdi tendono al rossiccio. Ancora più desolante è vedere la pala che estirpa dalle radici le piante malate in un’operazione "in extremis" di sfoltimento affinché non si possa dire in un prossimo futuro: "c’era una volta la Pineta, ora non c’è più".

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