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di Leonardo P. Aucello
San Marco in Lamis. Si sa che un bravo
studioso non pecca di presunzione come gli aristotelici i quali nei
dibattiti filosofici bastava che citassero il loro maestro, che
consideravano depositario della "scienza esatta", i famosi
"epistemi", ossia il sapere certo, per controbattere o asserire
qualsiasi formula o concetto che intendevano avallare. E' vero invece che
ogni buona ricerca o analisi in qualsiasi campo dello scibile non è mai
esaustiva di quel tale argomento; se così fosse si bloccherebbe il
cammino dell'indagine a tutto tondo. Per questo
ritengo opportuno apportare un ulteriore approfondimento in merito a un
mio volume apparso nell'anno corrente riguardante un esame antropologico e
strutturale di alcune "facezie" in dialetto sammarchese,
composte certamente da persone del popolo (soprattutto braccianti e
"domestici" di case signorili) riferite a personaggi che, più
di ogni altro, assumevano atteggiamenti particolari che davano subito
nell'occhio, oppure occupavano posizioni privilegiate tali da suscitare
una malcelata invidia che, nella maggior parte dei casi, alimentava o dava
la stura a forti ironie e facili rimbecchi. Il titolo, di per sé, è
emblematico, Il bracciante e il latifondista - "miseria e nobiltà
" nelle storie di ieri a San Marco in Lamis - Levante Editori, Bari.
Ebbene, una di queste facezie riguarda un noto personaggio
sammarchese, un onesto padre di famiglia che esercitava il mestiere,
insieme al fratello, di macellaio ed era un convinto militante comunista
già durante il periodo fascista. Dal popolo era inteso con il soprannome
di famiglia Mechele Bastone, mentre il nome anagrafico era Michele Coco.
Nel 1952 si svolsero a San Marco in Lamis le elezioni
amministrative ed egli si candidò nella lista del suo partito. Cosicché,
insieme ai socialisti e a un gruppo indipendente di sinistra ottennero la
maggioranza assoluta dei voti. E i partiti di maggioranza elessero proprio
lui come sindaco della città garganica. Fin qui
tutto chiaro e liscio come l'olio. Ma occorre a questo punto precisare,
calandoci nella realtà di quel tempo, alcune situazioni particolari
dell'epoca. Ovviamente in pieno regime democristiano e anticomunista, da
vera cortina di ferro o guerra fredda, i vari Comuni amministrati dai
comunisti venivano a trovarsi sotto un severo controllo dei Prefetti che
agivano dietro ordine, non tanto "ufficioso", dei Ministri degli
Interni di allora. Questo voleva dire che ogni loro mossa era tenuta
fortemente in continua osservazione: qualsiasi sbaglio, anche di
piccolissima entità, poteva essere volutamente ingigantito per cercare
magari di far cadere quella tale amministrazione retta dai partiti di
Sinistra. Con questa affermazione non stiamo
certamente scoprendo l'acqua calda, poiché basta ricordare a conferma
della nostra tesi le organizzazioni paramilitari del tempo come
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"Gladio" per aver un 'idea più
chiara.E, purtroppo, dobbiamo dirlo senza mezzi
termini, l'Amministrazione comunale guidata da Michele Coco subì un vero
e proprio colpo basso da parte del Prefetto di Foggia in quanto, dopo
appena un anno dall'insediamento, dovette rassegnare le dimissioni insieme
all'intero Consiglio comunale. Oggi rideremmo a causa della futilità
delle argomentazioni che portarono alla estromissione della Giunta di
Sinistra dal Municipio sammarchese: in quel tempo, invece, pur essendoci
una motivazione del tutto inconsistente, tuttavia non fu possibile
recedere da posizioni drastiche prefettizie che riportarono la popolazione
a recarsi di nuovo alle urne e scegliere una nuova Amministrazione
comunale. Furono, appunto, le forze di opposizione,
costituite dai partiti di governo, che fomentarono e sostennero la caduta
del sindaco Coco, con azioni di delegittimazione in fasi e momenti
diversi; con l'accusa determinante dì aver organizzato una "Questua
cittadina" per raccogliere dei fondi per la festività paesana in
onore di San Matteo Apostolo, uno dei Santi Patroni del centro garganico.
In quel periodo ciò non era permesso; e, così, scattò subito la molla
castigatrice, sempre pronta e all'erta da parte dei comandi prefettizi nei
confronti dei Comuni "rossi", che determinò la revoca da primo
cittadino di Michele Coco, con il conseguente scioglimento dell'intero
Consiglio. Ma già prima, come riporto nel mio
volume, erano state notate alcune avvisaglie di questo tipo, in quanto,
sempre le stesse forze di opposizione avevano avuto da ridire, cercando
anche allora di istigare il Prefetto contro la Giunta di Sinistra,
screditando volutamente i rappresentanti locali comunisti sull'uso che
essi avevano fatto dì alcuni dollari australiani inviati di proposito al
fine di finanziare le casse sezionali, per motivi esclusivamente interni
al partito, da alcuni "compagni" emigrati in quel Continente, su
cui, come ricordavo, determinati gruppi politici hanno subito gettato del
fango. Il Sindaco Coco, insieme ad altri dirigenti comunisti, in virtù
della loro onestà, furono assolti nel processo penale che ne seguì.
All'indomani della pubblicazione del mio volume, e dopo un
ulteriore incontro con degli esponenti dell'ex PCI, mi è stato fatto
osservare che la dura decisione prefettizia che ha determinato lo
scioglimento definitivo del Consiglio comunale sammarchese, come è stato
ricordato, è dipesa essenzialmente dalla "Questua" popolare che
ha bloccato il cammino della storia cittadina in un certo verso. Da quella
esperienza e per quasi un trentennio, fino cioè al 1979, il PCI locale
non ha messo più piede in Giunta. Senza inspiegabile decisione del
Prefetto gli eventi del paese forse avrebbero assunto una colorazione
diversa anche nel futuro. Ma la realtà è che i fatti successivi
intrapresero un'altra strada.
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