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di Leonardo P. Aucello
S. Marco in Lamis. E’ abbastanza piacevole per chi è
aduso, come me, seguire con passione le diverse pubblicazioni sul
territorio, specialmente quando si tratta di amici che danno alle stampe
un proprio lavoro di fantasia o di ricerca. Di recente sono uscite due
raccolte di due carissimi amici: una in dialetto sammarchese, una in
lingua. La prima è di Antonio Guida e porta il titolo "Scurre...e
dua", edito dalla Baal di San Giovanni Rotondo; la seconda, invece è
di Matteo Coco, "Poesie di primavera", dell’Editore Gabrieli
di Roma. Antonio Guida, dopo "Lu viale" della medesima casa
editrice, si ripresenta al pubblico con una nuova silloge in vernacolo con
lo stesso timbro e la stessa ispirazione della precedente. L’autore, che
ha all’attivo alcuni studi di archeologia nell’ambito della ricerca
garganica e daunia in genere, denota parimenti una buona capacità di
ispirazione che non nasce da un esercizio di scrittura in versi, ma da una
innata propensione al linguaggio poetico, soprattutto nella genuina
espressione idiomatica. Si può ritenere lo stesso un poeta
"primitivo", secondo il concetto vichiano del termine, o del
poeta "fanciullino", secondo l’affermazione pascoliana, che si
meraviglia delle cose che lo circondano ed egli naturalmente riesce a
cantarle e a narrarle poeticamente con una tenerezza espressiva di chi ama
il mondo e la vita, riflessi nel proprio animo, a volte turbato, a volte
più distaccatamente ironico. Infatti è proprio il guardare le persone,
le mode, le situazioni drammatiche o normali del vivere quotidiano
spingono il Guida, attraverso un verseggiare più popolaresco che non
tiene conto dei ritmi poetici, ma della musicalità in sé dei versi, a
guardare ogni cosa con ilare e divertito distacco, permettendo alle pieghe
di un destino spesso indecifrabile, di trascinare ogni nostro desiderio e
farci trascinare ineluttabilmente dalla furia degli eventi che, comunque,
ci travolgono e ai quali altro non possiamo opporre, il più delle volte,
se non il nostro sorriso allegro e meditabondo, nudi e deboli, come siamo,
di fronte al fluire di un moto propulsivo della "tragedia della
vita", secondo un
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sempre rinnovato concetto ermetico della poesia. E allora
anche il dialetto, grazie a questa sincera genuinità, può permettere al
suo "cantore" di mirarsi nel giro consueto dei giorni nella
ricerca di sempre nuove tragicomiche ispirazioni... che lo attendono al
varco. Nella raccolta di Matteo Coco, invece, la vita ha una ambivalenza
poetica ed esistenziale: la nostalgia del tempo che scorre rapido e all’attesa
delle stagioni ma quelle della vita appunto. Nostalgia e speranza si
fondono in un canto di dolore e di illusione insieme. Infatti è tutta una
visione esistenziale dell’arte che appare frequentemente in ogni poesia.
Si evince subito, già da una prima lettura, l’amarezza di un mondo
passato che permane solo nel nostro animo sensibile, attraverso il canto
silenzioso del dolore del poeta, che si smorza nell’odore di fiori di
mandorli o peschi in fioritura. Pertanto la primavera che qui aleggia
costantemente è la primavera leonardiana della vita che rievoca un
passato che non scompare dalla memoria, e si apre verso orizzonti di
attese di un futuro sicuramente diverso da quello che si potrebbe
delineare all’orizzonte. Ecco perché l’autore che usa un verso
cadenzato dai ritmi esterni dei simboli e delle sensazioni appena
percettibili, sfiora con il cuore le vibrazioni sensoriali della primavera
affinché gli apra il sentiero vero di un’esistenza più pura e vera e
meno immaginaria. Il mondo vive pertanto un dimensione surreale del
volgere degli anni in quanto è l’animo umano, attraverso un proprio
moto interiore, a scoprire la "vita" che si affaccia ai nostri
sensi ed essa appare al poeta, come tempo della memoria che si ribalta nel
voler aspettare una nuova "fresca" stagione che rinnova l’età
e le leopardiane "morte stagioni". E quindi diventa tragico
dimenticare, perché significherebbe non "esistere" poiché
tutto è collegato a un cammino esistenziale E’ una poesia dal tono
vibratile che spinge, attraverso un linguaggio leggero come lo zefiro
primaverile, a una dolce commozione. il nostro invito che continuino
entrambi sul sentiero tracciato, e lascino alle "umane
scansioni" degli anni la protervia di ammicchi e sorrisi fasulli
volutamente derisori.
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