A torremaggiore Briganti e Brigantesse

di Severino Carlucci

Torremaggiore. "Perché continua ad affascinarci la figura del brigante? Perché una vicenda così cruda ed intrisa di sangue come la reazione alla conquista piemontese riesce ad attirare uno stuolo di artisti a distanza di centoquarant’anni dagli eventi? Io penso che si nasconda in ognuno un brigante, uno spirito ribelle che gioca a rincorrersi con quel fanciullino che Giovanni Pascoli intuiva nel corpo e nella mente di ogni uomo. 

D’altro canto, la società violenta di oggi, la piattezza della vita che le metropoli e i borghi aggregati dalla mondializzazione dei consumi o dalle immagini proposte dai mezzi di comunicazione di massa non fanno che comprimere il nostro spirito. Siamo aggregati d’aria compressa pronti ad esplodere, desiderosi di esplodere. Fortunati allora gli artisti, fortunati coloro che scoprono attraverso qualche forma di creatività l’uscita di sicurezza attraverso la quale dare voce al disagio." Così esordisce lo scrittore Raffaele Nigro, Caporedattore RAI Puglia, nell’introduzione del catalogo illustrativo "Briganti a colori e briganti in bianco e nero" distribuito come guida alla mostra di pittura svoltasi in un’ala a pianterreno del nostro castello e protrattasi per dodici giorni.  La mostra di pittura, promossa dal Comune di Torremaggiore e dalla Provincia di Potenza in collaborazione con il Centro di Ricerca e di Documentazione per la storia della Capitanata dal titolo "Il brigantaggio visto dagli Artisti di Puglia e Basilicata" ha avuto, quali espositori, i Pittori Ciliento, Claps, Damiani, Filazzola, Fiorelli, Gallo Maresca, Grassi, Labianca, Linzalata, Laurelli, Lovisco, Masini, Matera, Montemurro, Orioli e Tullo. A conclusione di queste due settimane di esposizione pittorica ha fatto seguito un convegno sul brigantaggio meridionale che, presieduto dal Commissario Prefettizio Signora Gerarda D’Addesio, ha avuto quali Relatori lo stesso Raffaele Nigro sul tema "Il brigantaggio nelle letteratura", Valentino Romano su "Le brigantesse" e Giusepe Clemente "Non altro e sono……".

Nella sua lunga ed interessante disquisizione sul tema Raffaele Nigro cita quasi tutti i titoli dei saggi, dei romanzi, dei films e delle opere teatrali che dal 1860 e fino al giorno d’oggi hanno avuto per soggetto il brigantaggio post-unitario citando per ognuno di essi il nome dell’Autore e, anche se fugacemente, la trama. "Letteratura, Cinema, Teatro e Pittura, sostiene il Relatore, si sono ispirati alle cronache giornalistiche dell’epoca e non ai documenti custoditi negli archivi dei quali, fino a tutt’oggi, è vietata la consultazione. L’interesse che l’Arte meridionalistica sta riscoprendo in questi ultimi decenni sulle condizioni di vita che indussero tanti cafoni meridionali a darsi al brigantaggio altro non è che la risposta dei discendenti di costoro alle pretese secessionistiche dei leghisti padani". Dal canto suo, Valentino Romano, traccia con cognizione di causa il profilo e le vicissitudini di alcune delle donne che, per amore o per forza, si aggregarono ai briganti divenendo esse stesse più battagliere degli stessi uomini e cita le vicende della catanzarese "Cicilla" che, catturata durante uno scontro a fuoco, venne processata e condannata a morte ma che la sentenza venne tramutata in ergastolo perché il governo piemontese dell’epoca non voleva essere accusato dell’opinione pubblica mondiale di passare per le armi anche le donne. Ed infine Giuseppe Clemente, già autore di un altro libro sul brigantaggio post-unitario ne sta scrivendo un altro imperniato sulla pubblicazione, previa raccolta tra privati ed archivi di stato, delle missive inviate dai briganti in forma ricattatoria ai proprietari delle masserie che volevano taglieggiare. La maggior parte dei briganti era analfabeta e quando avevano bisogno di qualcuno in grado di saper leggere e scrivere non esitavano a catturarlo e ad aggregarlo forzatamente alle loro bande. "Quasi tutte le missive di ricatto, sostiene Clemente, terminavano con "Nteng nent cchiù da dicere e song……" (Non altro e sono……) seguita dallo scarabocchio del capobanda apposto come firma ed aggiunge che anche i proprietari ricattati ci tenevano a conservare questi pezzetti di carta ricattatori perché le repressione antibrigantaggio piemontese puniva anche chi cedeva ai ricatti (anche se poi gli stessi proprietari ricattati facevano per venire sottobanco ai briganti quanto richiesto)". "Quello che veniva richiesto dai briganti consisteva in capi di vestiario, schioppi, biada per i cavalli, salumi e sigari e qualora non ci si ottemperava a quanto richiesto le minacce consistevano nel saccheggio della masseria del ricattato". Nell’Archivio di Stato di Torino ho potuto consultare una quarantina di questi biglietti ricattatorii e conosco una famiglia privata che ne conserva ben tredici come una reliquia e sono tutti vergati in un dialetto imbastardito con l’italiano. Voglio ricordare, per ultimo, che Michele Caruso, il brigante torremeggiorese che nella masseria Monachella- Tabanaro recise il collo a sedici contadini e che fatto catturare dalla sua amante Mariannina Aligiera, prima di essere fucilato a Benevento, al Giudice che gli chiedeva se sapeva leggere e scrivere rispose "Se sapevo legge e scrive avess’ abrusciat’ u munn".

 

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