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di
Leonardo P. Aucello
S.
Marco in Lamis. Non finisce di sbalordire l’opera poetica di Michele
Urrasio, poeta di Capitanata ma con riconoscimenti letterari ben oltre il
proprio territorio, che ha pubblicato una raccolta riassuntiva di brani
tratti dalle varie raccolte le quali, una dopo l’altra, hanno suggellato
la sua raffinata capacità tecnico – ispirativa. La silloge "Le
pietre custodi" e apparsa nella collana di Poesia "Il
Capricorno" dell’Editore Bastogi di Foggia, Euro, 7.00, 2003.
In
essa sono compresi alcuni tra i più riusciti titoli dell’autore che gli
hanno conferito molto prestigio nei tempi intercorsi da un pubblicazione
all’altra, a cominciare da "Nel visibile e oltre", al
"Segmento dell’esistenza", a "La metafora della
parola", "Il nodo caduto", e, in chiusura,
"Appunti": in ognuna di esse l’autore ha ricavato la
quintessenza ispirativa delle poesie con prefazione di illustri studiosi
di Letteratura italiana da Giorgio Barberi Squarotti, a Mario Sansone, a
Emerico Giachery, all’amico e conterraneo Giuseppe De Matteis. L’ultima
fatica porta la firma introduttiva di Donato valli, ex rettore dell’Università
di Lecce. Proprio il noto accademico nella prefazione parla di rapporto
diretto nella poesia di Urrasio di classicità e umanità che si fondono e
si amalgamano e rendono il verso profondo e meditativo poiché scava nelle
latebre dell’animo e ne scompone l’essere, nell’anteriorizzazione
della vita catapultata nelle dimensioni del tempo e dello spazio. Valli
sintetizza i motivi centrali di ogni raccolta inclusa nell’opera
riassuntiva di Michele Urrasio.
Dalla
lettura delle poesie un filo conduttore si snoda lungo l’intero percorso
compositivo che vede l’autore farsi portavoce di un mondo sofferente,
come lo sono stati da sempre i classici di ogni età e civiltà, il quale
si riflette nell’animo del poeta e attraverso di lui questa voce silente
esce allo scoperto ed emana il suo grido, quasi di dolore universale; come
universale è il "male di vivere" montaliano che affligge l’umanità
nel suo ritrovarsi in una fibra spezzata dalla morte che ci rende deboli e
indifesi. Ecco
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perché
scorrendo la lettura di questi brani, al modo quasi di una salmodia
religiosa, emerge una penitenza intima che tende ad attutire i duri
lamenti dell’esistere, ma che comunque si infrange e spesso perde la sua
identità oppressa, appunto, dal silenzio della morte che diventa voce
misteriosa della "stanchezza" e "affanno" della vita.
E tutto si perde, come ogni cosa che appare dimenticata: dal biglietto
"scaduto" di chi ha sbagliato direzione di un binario; l’inesorabilità
del tempo come tappe veloci di una esistenza che sfugge "come acqua
tra le dita". La natura, nel suo insieme, si frastuona lo stesso
animo del poeta; ed egli si "avverte" come "enigma" ed
"immobilità" della natura, intesa come territorio e come
"madre opprimente", secondo l’inguaribile dolore leopardiano.
E quindi "l’arrivo della sera" come metafora foscoliana della
morte, e il suono cupo di " parole impercettibili" diventano i
"segni del tempo e della storia", a cui, secondo la scansione
biologica di ogni essere che si avvia lentamente verso la francescana
"sorella morte", nessuno può sottrarsi, ma può solo
riconoscere la limitatezza "segmentata" di una vita che si
proietta e spesso si disperde nel "grido assonnato" di una
umanità forzatamente impigrita dal volgere del tempo e delle stagioni.
Ecco perché le " pietre" delle proprie tradizioni e dei propri
destini, devono diventare per forza le uniche custodi di una memoria ormai
caduca.
Come
sempre, Urrasio si mostra all’altezza dei grandi temi, in cui sedicenti
poeti di "tristissima" memoria spesso cadono in risibili encomii
di autostima; mentre in questi versi aleggia l’universalità della
"parola" come epifania di uno stato d’animo in cui ci si
proietta. Ci troviamo di fronte a una musicalità condensata tra suoni ed
emozioni sospese di alcuni versi volutamente smorzati per rendere l’idea
di quella caducità che ci insegue e pervade. L’animo, allora, si sente
trascinato in un vortice di emozioni sospese in cui il ritmo lento e
pacato danno una fisionomia di compattezza a tutte le poesie. Il voler
riassumere in un’unica opera la sua vita artistica costituisce per
Urrasio, la sospensione e lo iato dei diversi momenti della propria
esistenza. E anche questa volta egli ha colto nel segno.
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