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Scricchiola il nuovo esame di Stato Un rito inutile |
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di Alfonso PALOMBA
Un'altra tornata di esami di Stato, nella versione MORATTI, si è appena conclusa, con il prevedibile risultato del todos caballeros. Quello che sconcerta, però, non è l'esito scontato, ma la consapevolezza che ogni anno si ripete un "rito" inutile, che non accerta alcunché nella preparazione dei candidati, ma genera solo confusione, in attesa che il ministro, quale espressione del potere politico, cerchi di dare un senso chiaro all'esame finale dei corsi di studio d'istruzione secondaria superiore. Anche quest'anno, infatti, si è potuto constatare, nello svolgimento dei lavori, come il depotenziamento del senso dell'esame sia già in atto nella sostanza, anche se non ancora nella forma, per una sorta di "logoramento endogeno" , a cui il sistema scuola- non ancora pronto e motivato al cambiamento- sottopone ogni opportunità finalizzata ad introdurre elementi innovativi al suo interno. Va qui subito precisato, prima di entrare nella disamina dei punti critici dei nuovo esame, che la scelta di nominare commissioni interne ritenute le uniche capaci di avere una conoscenza approfondita della personalità degli allievi va ridiscussa, perché è causa prima di disorientamento da parte dei docenti, "costretti" a riesaminare la preparazione dei propri allievi dieci giorni dopo lo scrutinio di ammissione, con un palese atteggiamento di " superficialità", se non di "fastidio", rispetto al "déja vu", che determina, in sede di esame, la semplice ratifica di un voto precedentemente espresso in seno al consiglio di classe. Non può sfuggire, poi, come la formula MORATTI abbia senso in presenza di un consiglio di classe capace di trasformarsi da gruppo "casuale" in gruppo "forinale" con una soddisfacente interazione psico-dinamica: la realtà, però, è ben altra cosa nella scuola media superiore di 2° grado, dove ancora imperversa la "sindrome del solista", del docente individualista confinato nel sostanziale isolamento della sua disciplina ed indisponibile per un inveterato habitus mentale ad integrarsi con gli altri colleghi del consiglio di classe: in quest'ottica la collegialità - elemento fondante del nuovo esame - è mera "fictio iuris", perché di fatto tutto continua a svolgersi come prima, in barba alla "ratio" del nuovo esame profondamente innervato nella logica del "lavorare insieme". E' fuor di dubbio come uno degli aspetti più significativi della nuova formula dell'esame di Stato sia la pluridisciplinarità - vero e proprio fantasma didattico che si aggira nelle varie commissioni senza mai inverarsi in pratiche operative - che ipotizza una "scuola che non c'è" ancora, una scuola in cui i saperi perdano la loro dimensione parcellizzata e monodisciplinare e si sviluppino in modo aperto e funzionale alla risoluzione di problemi (vedi la terza prova scritta) e alla elaborazione di progetti in cui le interconnessioni con il saper fare (le competenze) abbiano un ruolo determinante: nella realtà, invece, le cose vanno diversamente, perché si continua ad operare per compartimenti stagni. La riprova è data dalle difficoltà incontrate dai docenti nella formulazione della terza prova, che in teoria èpredisposta collegialmente, ma in pratica si risolve in una sommatoria di quesiti, le cui risposte sono corrette, in barba alla nonna, dai singoli docenti proponenti, con complicate operazioni finali di mediazione tra i punteggi conseguiti nelle diverse discipline coinvolte. Analoga considerazione è valida per il colloquio, che il più delle volte, come sanno bene gli addetti ai lavori, diventa una sorta di mitragliata di interrogazioni tale da non prevedere l'opportunità di saper correlare fra di loro le diverse tematiche, |
in un quadro organico che consenta di passare da un contenuto ad un altro, da una disciplina ad un'altra senza soluzione di continuità, con la conseguenza che questa prova, lungi dal contribuire ad accertare il possesso di conoscenze, capacità e competenze, può finire per deludere le attese del candidato e vanificare gli obiettivi sanciti dalla riforma. Rispetto al colloquio occorre al contrario che la Commissione sappia trovare una sua intesa interna e sappia soprattutto non prescindere da una oculata fase preparatoria e dall'osservanza di comportamenti deontologicamente corretti nella fase di svolgimento della prova: tutto questo, però, è ancora da "costruire" e così anche nel caso del colloquio la collegialità diventa solo formale e non certo sostanziale, perché nei fatti si procede per linee sparse, con modalità casuali, stanche e ripetitive. In questo modo anche la valutazione degli esiti finali diventa un vero e proprio "mostro docimologico" , quale risultante di una serie di proposte individualizzate e di conseguenti alchimie di punteggi in libertà: la collegialità autentica, infatti, potenzia l'attendibilità, l'oggettività e l'equità del giudizio, in ossequio al principio secondo cui più teste ragionano meglio di una testa sola, mentre quella formale complica la valutazione e provoca l'accrescimento dell'aleatorietà, perché ogni commissario è lasciato solo con i suoi personali parametri valutativi. Altre distorsioni dell'esame che vanno al più presto corrette riguardano i candidati che, con la "complicità" dei loro insegnanti , fraintendendo la norma, hanno imparato a "pilotare" il colloquio, puntando, nelle loro tesine/ricerche, su una connessione forzata di argomenti diversi, nel tentativo disperato (ma non tanto) di indurre la commissione a seguire un percorso obbligato che parta, ad esempio, dai fluidi per arrivare alla lava, quindi al vulcanesimo, poi al Vesuvio e di qui alla Ginestra leopardiana e così via. Il presidente unico, poi, per ogni sede di esame è una vera e propria aberrazione voluta dalle esigenze di risparmio della spesa pubblica, a dispetto della qualità: si nomina così un presidente per 5-6-7-8-9-10 commissioni con la conseguenza che il malcapitato è costretto a trasformarsi in un maratoneta, in una sorta di peripatetico coordinatore (una specie do segretario organizzativo delle commissioni) "costretto" a percorrere Km. lungo i corridoi delle varie scuole per essere presente ovunque e, per questo, in alcun luogo. Troppe cose non vanno in questo nuovo esame, nato certo per restituire rigore e serietà al vecchio esame di maturità - quello sperimentale, per intenderci, introdotto dalla L. n. 119 del 5 aprile 1969 e durato trent'anni- ma alla prova dei fatti sta rivelando tutti i suoi punti deboli, anche a causa di una scuola dell'autonomia non ancora pronta al salto di qualità, Occorre, invece, una messa a punto di tutto il sistema dell'esame finale, perché o si ha il "coraggio" di ricondurre il tutto ad un controllo esterno alla scuola, per riportare il lavoro svolto sotto il segno di una valutazione "oggettiva" o, smontando la complessa architettura burocratica della prova conclusiva, si procede lungo la via della devolution totale, assegnando alle scuole anche la realizzazione dell'esame (ogni scuola si fa il suo), abolendo il valore legale del titolo di studio ed affidando all'università il compito di verificare post rem il lavoro svolto nella scuola superiore.
Alfonso PALOMBA Dirigente Scolastico I.T.C."P.Giannone" FOGGIA
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