A torremaggiore si discute sulla lingua italiana

di Severino Carlucci

 

Torremaggiore. A coronamento della sua ammirazione per il suo autore preferito il Professore Eugenio Tosto, già docente presso il Liceo "Nicola Fiani" e già Preside di un Liceo di Firenze ha scritto e dato alle stampe "Edmondo De Amicis e la lingua italiana".

In questo suo libro l’illustre nostro concittadino raccoglie tutto ciò che il De Amicis, con i suoi scritti, ha dato un contribuito essenziale alla formazione della nostra lingua nazionale inserendosi nel contesto linguistico in atto nel periodo pre o post unitario quando "l’Italia era fatta" ma bisognava ancora "fare gli Italiani".

E non manca nel libro del Tosto richiami o agiografici di quanti si sono espressi pro o contro la tesi deamicisiana sullo studio della lingua: dal fare propria la proposta manzoniana di adottare come lingua nazionale e la parlata fiorentina a discapito delle altre in uso della Penisola, alla importanza linguistica dei vernacoli italici quale contribuito alla formazione della lingua nazionale, alla necessità di estrarre il fior da fiore dai classici per finire alla controversia sorta tra il De Amicis e Benedetto Croce tra la "lingua" – oggetto di studio – e lo "stile" espressione personale dell’Artista.

Eugenio Tosto descrive nel suo libro come il De Amicis "risciacquò i propri panni in Arno", come fece in precedenza Alessandro Manzoni. ma che poi si ricredette considerando che anche le altre parlate, anche se non sufficientemente "italianizzate" avevano conseguito "diritto di cittadinanza nel contesto linguistico nazionale.

E come poteva non adeguarsi alla realtà visto che nel periodo che va dalla pubblicazione delle "Pagine sparse" e fino a quella de " L’idioma gentile" all’orizzonte della Letteratura italiana si erano affacciati Scrittori come Giosué Carducci, Carlo Lorenzini, Matilde Serao, Gabriele D’Annunzio, Antonio De Marchi, Enrico Sienkievitz, Luigi Capuana e, soprattutto, Giovanni Verga, l’unico Scrittore che, secondo Concetto Marchesi, "contestò ad Alessandro Manzoni il primato sul Romanticismo italiano"?.

Tutti Autori che, fatta eccezione per l’Autore di "Pinocchio", non risciacquarono i loro panni nell’Arno ma che trovarono una via di mezzo tra i Classici della nostra Letteratura ed i neologismi ricavati a loro volta dai vari dialetti e che inseriti nel contesto delle loro opere hanno contribuito a rendere comprensibile ai più la lingua italiana snellendola da vocaboli ormai diventati obsoleti.

Edmondo De Amicis, in tempi non tanto lontano dai nostri, per il suo realismo letterario e per la sua simpatia verso il Socialismo, venne definito, dai democristiani "Uno Scrittore dalle cui opere non traspare l’esistenza di Dio" e dai comunisti "Un autore di opere scritte più con il cuore che con il cervello".

"Sarebbe opportuno che al giorno d’oggi gli scritti del De Amicis si sottoponessero ad una rivisitazione critica", ha detto il Professore Giuseppe De Matteis nel presentare al pubblico il libro del Tosto aggiungendo che la lingua italiana va studiata e che "gli abbagli presi dal Croce sullo stile sono il frutto della sua rigidità di idee".

Oggi il libro di Eugenio Tosto su Edmondo De Amicis e la lingua Italiana, frutto di una paziente ricerca certosina, anche se verte su una materia ormai superata dal tempo, può definirsi un libro di tutto rispetto perché si inserisce in un contenzioso che riapre la discussione sulla validità dei vari dialetti della Penisola.

Una vigente Legge dello Stato Italiano sancisce la salvaguardia del "centro storico" di ogni singolo insediamento urbano sul territorio nazionale mentre nessuna Legge protegge la parlata vernacolare di ogni singola comunità. Significa che in fatto di conservazione della memoria il mattone vale di più della parola?

Il professore Tosto ha preferito presentare il suo Libro nella sua città natale di fronte ad un pubblico composto da suoi ex colleghi, da suoi ex allievi e da

suoi ex compagni di scuola ed amici di partito facendolo in omaggio al suo Autore preferito.

Una lacuna nel suo libro consiste nel fatto che manca di un dato statistico: quanti, nell’anno 1863, mentre il De Amicis risciacquava i suoi panni nell’Anno e dalla nostre contrade imperversava il brigantaggio politico, quanti dei venticinque milioni di italiani di allora sapevano leggere e scrivere?.

Chissà cosa ne avrebbe pensato o dedotto il De Amicis qualora gli fosse capitato di leggere il commento scritto steso dal Capitano dell’Esercito Piemontese che catturò il capobrigante Crocco nella prefazione al libro autobiografico scritto da quest’ultimo mentre in carcere scontava la pena inflittagli?.

E cosa ne avrebbe pensato e dedotto qualora avrebbe appreso che il brigante torremaggiorese Michele Caruso al Giudice che gli chiedeva, prima di condannarlo a morte, se sapeva leggere e scrivere, rispose "se sapessi legge e scrive avess’appicciat’u munno?".

La lingua è una materia che muta con il mutare dei tempi rinnovandosi con i neologismi e disfacendosi dei vocaboli caduti in disuso o la stessa cosa vale per i dialetti. Sia il Manzoni che il De Amicis, si evince dal libro del Tosto, erano propensi a consigliare lo studio della lingua italiana servendosi del vocabolario purché questo fosse improntato alla parlata fiorentina la qualcosa escludeva di riportare tutti i vocaboli legati alla transumanza ed al "far Puglia", vocaboli che pastori abruzzesi e mietitori pugliesi hanno diffuso nelle nostre contrade in un periodo durato oltre cinque secoli e che la loro etimologia va ricercata nei nostri rapporti quotidiani di lavoro.

Un esempio per tutti: il grappoletto d’uva che matura sul tralcio della vita dalle nostre parti viene chiamato "rubifero", un vocabolo derivato dal latino traducibile in "portatore di roba" e che a sua volta trova il corrispondente in italiano "racimolo" ed in quello vernacolare "racioppo"; racimolo ha generato il verbo "racomolare" nel senso di raccogliere qualcosa quà e là mentre il verbo "racioppare", che ha lo stesso significato di racimolare, non inserito in lingua, resta soltanto nel vocabolo dialettale "ciapparatore" che designa colui che raccoglie qualcosa quà e là.

La differenza tra la lingua parlata e quella scritta consiste in quella scritta consiste in questo: mentre un oratore nel rivolgersi al pubblico può avvalersi della gestualità e dalla inflessione della propria voce, lo scrittore deve tener conto della punteggiatura e nel suo "stile" del periodare durante l’espressione dei propri concetti; quello che conta è che sia la parola che lo scritto pervengano all’ascoltatore ed al lettore in modo chiaro. Dai tempi del De Amicis ne è passata di acqua sotto i ponti. Oggi la lingua italiana è infettata da una caterva di parole straniere che la sviliscono con la risultanza che i bambini abbandonarono la lingua materna per il "televisorese" e che poi, quando sono cresciuti e partecipano ai concorsi, la maggioranza di essi bocciata in Italiano.

Il merito nel libro di Eugenio Tosto su Edmondo De Amicis e la Lingua Italiana consiste di avere ridestato nelle coscienze di chi ha avuto la fortuna di leggerlo la tendenza a migliorare la propria conoscenza sulla lingua nazionale, sia scritta che parlata e se il messaggio deamicisiano che emerge da esso può trovare un riscontro nell’appello rivolto ai suoi lettori da Antonio Gramsci "Dobbiamo studiare, studiare, e studiare perché un giorno avremo bisogno della nostra intelligenza".

 

(Nella foto: pizza della Repubblica)