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di
Alfonso PALOMBA
Foggia. Nella scuola sta per calare il sipario
sul quarto anno dell’autonomia (1° settembre 2000) che, nonostante il
riconoscimento costituzionale e la centralità ad essa riconosciuta nel
quadro di riforma del sistema nazionale di istruzione, non ancora riesce ad
esprimere tutte le sue potenzialità innovative, a causa di una serie di
impedimenti che rallentano di fatto il cambiamento, bloccando la diffusione
della cultura dell’autonomia quale forza creativa e di rinnovamento del
servizio scolastico.
Esiste ancora oggi, infatti, nelle scuole una
sorta di passività diffusa, legata da un lato all’ansia delle novità
introdotte nel sistema dell’istruzione e della formazione negli ultimi anni
e, quindi, al senso di inadeguatezza che sperimenta ogni soggetto agente
quando perde la consapevolezza della propria azione, dall’altro alla
difficoltà dei docenti di cavalcare il rinnovamento perché
abbarbicati alle proprie sicurezze culturali in una scuola abituata
finora a riprodurre all’infinito e in modo sempre identico a se stesso una
cultura obsoleta. Alla base di tutto questo è riconoscibile in modo evidente
la convinzione – ispirata da un disincanto imparato con l’esperienza – che
l’autonomia è una delle tante parole d’ordine (come la
programmazione, la partecipazione, la qualità, ecc.) lanciate nel tempo
nella scuola come punti di svolta epocali e sistematicamente
disattese per una sorta di indisponibilità endogena del sistema (leggi:
dirigenti scolastici, docenti, famiglie, allievi) alla loro metabolizzazione.
Passerà anche questa, sembrano dire i detrattori ad oltranza, quei docenti
che, per non mettere in discussione le loro certezze consolidate e/o per
pigrizia mentale, sono sempre dall’altra parte pronti a gridare il
loro no ad ogni forma di cambiamento (si fa per dire, perché tutto si
svolge nelle scuole sul piano dell’opposizione strisciante, che è la forma
più pericolosa), incapaci di cogliere la spinta innovativa dell’autonomia
che, prima di essere una questione di regolamenti e leggi, è una questione
di mentalità, di stili di lavoro, di cultura, oltre che una grande
scommessa democratica in grado di dare risposte diverse alle diverse
esigenze, di unire e non di separare, di opporsi alle disuguaglianze per
eliminare la discriminazione. L’autonomia, pertanto, è ancora tutta da
"costruire" nelle scuole, dove, oggi più che mai, essa si identifica con il
"facimmo ammuina" della Napoli borbonica: decine e decine di progetti
e progettini – quasi sempre esterni se non estranei rispetto al
core della didattica – di attività simpatiche, moderne, rilassanti,
originali come attrattiva perché vi siano numerose iscrizioni per l’anno
successivo, hanno trasformate le scuole in tanti supermarket più o meno
culturali in cui ognuno consuma quello che vuole, a prescindere –
amava ripetere l’indimenticabile Totò – dalla complessiva azione formativa
della scuola.
Circola così nelle scuole il docente
efficientista, che controlla l’ansia del suo non saper fare e i
suoi dubbi con l’iperattività nel fare, portatore di una sua
verità affermata come dogma e, per questo, incapace di inverare i
suoi convincimenti nell’azione concreta. All’opposizione spesso distruttiva
c’è, poi, il docente cinico, sempre pronto a rifiutare tutto e
tutti per superare a piè pari quell’ansia di rinnovamento che rischia di
mettere in discussione la sua identità costruita nel tempo e continuamente
rivestita di abitudini consolidate, di routine, di ripetitività, di
cose fatte e rifatte. Infine, c’è la palude, costituita da quegli
insegnanti passivi, quelli che, pur lavorando con solerzia nelle aule
con i propri alunni, considerano
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a
propria presenza nelle varie assemblee (dipartimenti, consigli di classe,
collegi, ecc.) un male necessario a cui non ci si può sottrarre: "che
ci facciamo noi qui?", sembrano chiedersi questi docenti nelle diverse
riunioni, dove si ha fretta di votare, di alzare la mano e di andar via. In
queste condizioni nelle scuole tutto rimane sulla carta, perché non
c’è scontro, non c’è confronto e forse non c’è nemmeno riunione vera: lo
stesso Pof – frequentemente ridotto ad atto notarile o puramente formale – è
frutto non di una elaborazione collegiale ma di quella di una persona
(leggi: il cireneo investito della funzione strumentale specifica) o tutt’al
più di una commissione di poche unità, con la conseguenza che esso da
carta di identità di ogni singola scuola e da attestazione della sua
potestà a poco a poco si sta trasformando (o si è già trasformato?) in
un documento cartaceo, sempre identico a se stesso negli anni, che
nessuno legge e conosce.
Così stando le cose, l’autonomia rischia di
diventare un fantasma, un sogno infranto: è pur vero che a livello di
attività normativa sembra essersi determinata oggi una caduta
dell’attenzione nei riguardi delle questioni concernenti l’autonomia
scolastica, che andrebbe invece implementata e resa concreta in tutte le sue
dimensioni, ma è anche vero che occorre una mobilitazione di tutti gli
attori della formazione presenti nelle scuole, per non fare esaurire la
spinta innovativa del cambiamento e soprattutto per prendere in carico
realmente l’autonomia non solo quale principio organizzativo fondamentale
dell’intero sistema di istruzione, dotato anche di rilevanza costituzionale,
ma anche come elemento decisivo per innalzare la mission della
scuola, dando ad essa nuovo senso civile e democratico. Per uscire
dall’attuale "morta gora" ogni docente deve assumere come imperativo
categorico quello di "farsi" partecipe-artefice dell’organizzazione del
progetto formativo scolastico e di "lavorare", in uno con gli altri, sulle
modalità di funzionamento della scuola autonoma, che non è più la semplice
somma delle sue classi, così come ogni organismo non è mai solo la
risultante della somma delle sue parti. Non è più sufficiente per un buon
insegnante parlare della "mia classe", dei "miei alunni", perché c’è una
dimensione collettiva di organizzazione della scuola, rispetto alla cui
evoluzione e sviluppo sono indispensabili significativi processi di
riflessione, di valutazione e di condivisione. Questo significa per i
docenti (ma anche per tutti gli altri attori della formazione) uscire dalla
condizione impiegatizia del proprio lavoro, per vestire i panni del
professionista, disposto a imparare, a condividere, a progettare con
gli altri, a partecipare a processi non strettamente educativi, in una
dimensione della collegialità del tutto inedita.
Solo così è possibile, infatti, non solo
disegnare la via maestra per ritrovare le motivazioni per "fare scuola"
oggi, ma anche e soprattutto per costruire una scuola capace di
sfruttare al massimo tutte le potenzialità dell’autonomia; in caso contrario
si continuerà a blaterare sull’autonomia e sul Pof, sulla
flessibilità e sulla modularità, sui curricoli e sui debiti/crediti, senza
cambiare di una virgola le prassi scolastiche e soprattutto senza avere il
coraggio di assumersi la responsabilità della scarsa credibilità della
scuola rispetto alle famiglie, agli allievi e all’opinione pubblica.
Alfonso PALOMBA dirigente scolastico ITC "P.
Giannone" F O G G I A |