Incontro con lo scrittore carlo Gravino: l' opera e la personalità

di Leonardo P. Aucello

 

Nell’ultima fase della lunga produzione letteraria di Alberto Moravia, pervasa da una ricerca freudiana di tipo pansessualistico, l’autore ha pubblicato un romanzo autobiografico diverso dal filone summenzionato, intitolato solamente con una sua data storica importante, 1934: un libro che si presenta con un avvio drammatico ed eroico insieme, alla stregua di certe opere di Tolstoj, "Si può vivere nella disperazione senza desiderare la morte". Questa immagine così forte ed incisiva mi riporta ai protagonisti del romanzo di Carlo Gravino, Le storie e gli eventi, sui quali meglio si appunta l’attenzione dell’autore, ossia Marino, Piero e la sua anziana madre. Anche loro vivono una realtà dura e affannosa, quasi da reietti e da sconfitti da un destino amaro e sconvolgente, contro il quale, seppure privi di speranza, essi lottano accanitamente senza stancarsi e senza, appunto, desiderare la morte, per quanto, come affermavo all’inizio, siano soggiogati da una sconfortante disperazione. Ma inquadrati in un’ottica a loro congeniale, cioè nel trapasso epocale tra la fine dei regime borbonico e l’inizio del Regno unitario, dove è presente una società in rotta di collisione con il proprio passato e le proprie tradizioni, cioè il mondo arcaico e contadino sammarchese di allora, tali personaggi prefigurano, comunque, l’inclemenza della storia con la furia distruttiva degli eventi e delle trasformazioni politiche e sociali, di cui essi sono i veri testimoni di quei mutamenti reali e definitivi. Ecco perché nell’analisi diegetica dell’opera di Gravino, dove appare costantemente l’analessi degli avvenimenti, con ripetuti richiami a fatti precedenti alla sequenza stessa della descrizione, il cui intreccio è stato, perciò, giustamente definito dallo scrittore conterraneo, Nino Casiglio, una trama a spirale, sarei portato, personalmente, a parlare di struttura manzoniana del romanzo, ma nell’accezione ottocentesca del termine, seguendo una visuale parallela a quella di Francesco De Sanctis, ripresa successivamente anche da Benedetto Croce, del vero e del verosimile. L’opera è quindi strutturalmente manzoniana; si tratta cioè di un romanzo storico, nel significato coniato da Walter Scott, che ne fu l’ideatore di questa forma artistico-ispirativa, a cui poi fece eco lo stesso Manzoni accogliendo pienamente l’idea formulata del romanziere scozzese, suo contemporaneo, mentre egli si accingeva a dare corpo alla prima stesura del capolavoro, ossia I Promessi Sposi. Gravino come il Manzoni, inventa una sua ispirazione creativa, che poggia, però, su basi storiche ben definite, come il brigantaggio, il periodo post-unitario a San Marco in Lamis, il morbo del colera che decimò la cittadina garganica, la secolare fiera del bestiame, i tabù, le tradizioni, il mondo rurale e urbano di allora, una sorta di fiaba del mondo contemporaneo in una civiltà al tramonto. Questa commistione di storicità e invenzione, di realtà e affabulazione, che nell’impostazione strutturale e formale possiamo definire dunque manzoniana, segue una scia tracciata di sicuro nell’Ottocento, ma che ha degli ottimi prosecutori nella narrativa degli ultimi anni, a partire proprio da alcuni romanzi dall’esito piuttosto felice, La chimera di Sebastiano Vassalli, La lunga vita di Marianna Ucrìa di Dacia Maraini, per arrivare a due scrittori della nostra terra, tra cui il già ricordato Nino Casiglio di San Severo, con il romanzo La strada francesca e Cristanziano Serricchio di Manfredonia, con il romanzo L’Islam e la croce, pubblicati entrambi da case editrici nazionali, Rusconi e Marsilio. Il filone del romanzo storico, insieme agli autori citati, confluisce, a mio avviso, anche ne Le storie e gli eventi di Carlo Gavino. Ma per evitare a priori qualsiasi richiamo alla polemica di Giosué Carducci contro la letteratura sdolcinata tardo-romantica del manzonismo degli stenterelli, come recita il verso di una sua celebre poesia, attraverso una critica ideologico-culturale, più che formale, contro i manzoniani di maniera, tra cui spiccano Aleardo Aleardi, Giovanni Prati e il lucerino Ruggero Bonghi, io voglio sgombrare subito il campo evidenziando la capacità di Gravino di saper amalgamare storia e invenzione, vero e verosimile, attingendo, riguardo a determinate indagini storiche, a testi di autori locali e non, almeno così mi è parso di ravvisare, tra cui Pasquale Soccio, Matteo Ciavarella, soprattutto per la sua ricerca sul colera, e anche il diario del prozìo sacerdote, don Raffaele Pomella, cultore di letteratura, denso di ricordi personali e vicende collettive sammarchesi del periodo a cavallo tra Otto e Novecento, a cui però l’autore non si ispira, come qualcuno ha voluto osservare, oltre ad alcuni libri e pamphlet di analisi antropologica e demologica, di cui la tradizione del paese garganico e dintorni è zeppa. Certi aspetti da me ricordati sono stati meglio analizzati con la dovuta perizia che il libro merita da

critici e scrittori che hanno espresso il proprio parere

attraverso lettere e recensioni su riviste e giornali, da cui si deduce un’attenzione vera e spassionata verso il romanzo. Di alcuni di essi, soprattutto per economia di tempo e di spazio, desidero riportare l’idea fondante ricavata dalla lettura del testo: primo fra tutti il professor Filippo Fiorentino che ha definito il romanzo di Gravino un’opera compiuta in cui interagiscono l’animo dei personaggi e il moto propulsivo della storia; il noto critico letterario, Giorgio Barberi-Squarotti, mette in risalto una certa sincronia tra narrazione storica e lirismo poetico, soprattutto nei caratteri particolari di alcuni personaggi; mentre la scrittrice barese Maria Marcone ne ha affrontato la lettura tutta

al femminile, ponendo dei collegamenti tra le donne dell’età postunitaria descritte nel romanzo e quelle di oggi, a suo dire, libere da schemi inibitori e pregiudiziali e da prevaricanti posizioni maschiliste che riconducevano la donna di quel tempo a un ruolo sociale nettamente subalterno. Un insegnante del liceo classico sammarchese, il professor Francesco Gisolfi di Rignano Garganico, in una recensione al libro pone l’accento, attraverso un inquadramento antropologico del libro, sulle differenze e le analogie tra le due società, che sono nel contempo anche due civiltà distinte, quella del periodo dei fatti narrati e quella odierna, attraversate da personaggi che, grosso modo, nell’evoluzione dei tempi, si attraggono e si distaccano in eguale misura. infine, non per spirito di narcisismo, ma per una diretta comprensione degli avvenimenti, il sottoscritto ha individuato una chiave di lettura tridimensionale: storico, sentimentale – picaresco, leggendario – popolare. Posti su un piano illustrativo omogeneo le varie interpretazioni offrono, comunque, l’esatta dimensione dei vari criteri interpretativi a cui l’opera di Gravino si presta.
Ciò per cui sia il lettore comune che quello di consumata esperienza bibliografico-letteraria resta un tantino esterrefatto riguarda essenzialmente l’occhiata di sfuggita che si dà alla quarta di copertina mettendo a confronto due date: quella di stesura del romanzo 1980, e quella di edizione 2003. C’è un lasso di tempo enorme: ben 23 anni. Glielo ho detto molte volte privatamente all’autore, glielo ribadisco qui in pubblico: ha aspettato troppo tempo per pubblicarlo, anche se certamente ha avuto i suoi validi motivi. Io conosco e frequento da alcuni lustri Carlo Gravino:
insieme a me, altri amici, tra cui Tonino Guida, Romano Storace, Michele Tenace, Matteo Coco, Gabriele Tardio; e da sempre abbiamo tutti apprezzato il saper usare abilmente la lingua italiana e di tradurla, come ricordavo, in un accattivante coinvolgimento affabulatorio. Ripensando a uno dei suoi primi racconti intitolato, se non ricordo male, Lo specchio in cui descrive una situazione paradossale, di tipo esistenzialista, nel tragico impatto del personaggio con l’oggetto, mi riporta alla mente il celebre romanzo breve Lo straniero dello scrittore francese Albert Camus.
Quanta acqua ne è passata da allora sotto il ponte! Ma l’amico Carlo Gravino è rimasto sempre uguale, con il suo carattere schivo e l’innato modo di analizzare criticamente, ma in maniera costruttiva e spesso disincantata, la realtà del momento sia nazionale che locale, con uguale metro di giudizio, tipico dell’uomo che sa pensare, ma anche dell’educatore, quale è la professione che egli svolge quotidianamente tra i banchi di scuola, con allievi appena avviati all’apprendimento logico e all’uso dei semplici grafemi e fonemi.
Carlo Gravino, oltre a questo, ha pronto un altro romanzo, di cui non conosco né la struttura e né il contenuto ed è tuttora inedito. Non so se il suddetto testo vedrà mai la pubblicazione: da parte mia me lo auguro! E al più presto! Sarà sempre lui a decidere. Ma la cosa che qui voglio puntualizzare di più, e ciò, piaccia o non piaccia, gli valga pure come amichevole rimprovero, riguarda un mio disinteressato consiglio: non desista dal rimettersi a tavolino, seppure mi renda conto che è piuttosto faticoso, e si accinga, in qualsiasi modo e con qualsiasi tema, a riprendere la sua connaturale inclinazione alla scrittura e alla narrazione con la creazione di altri romanzi e racconti; sarà certamente un guadagno umano e intellettuale per lui e per noi tutti desiderosi di continuare a leggere altre sue pagine. Anch’io, come lui ben sa, ho all’attivo alcuni volumetti pubblicati, per quanto diversi nell’impostazione e nei contenuti dal suo libro, di cui non mi sono mai pentito di averli stampati, al di là del loro valore intrinseco. il mio pensiero, comunque, sincero e spassionato, si colloca al di sopra e al di fuori di tanti che cercano con ogni mezzo e in ogni modo di bloccare la ricerca e la libera volontà creativa di ognuno di potersi esprimere in un qualsiasi genera a lui congeniale.