Ricordo di Lucera

di Michele Danisi


Riceviamo e volentieri pubblichiamo un contributo del prof. Michele Danisi di Bari, già Dirigente dell’Istituto Magistrale "A. Rosmini" di Lucera.BARI. Di Lucera, a parte le labili reminiscenze storiche dei miei studi secondari, seppi dal prof. Mario Sansone, nel corso di un’affascinante lezione sulla Scuola poetica siciliana.
Solo più tardi, appresi dell’origine lucerina del prof. Sansone. Da allora, si insinuò progressivamente in me la curiosità di visitare Lucera, nel suggestivo intento di poter rivivere il fascino ed il mistero di quell’antica colonia saracena, ingigantiti esageratamente dalla fervida e scomposta immaginazione di un giovane, ancora assorto ad evocare i fremiti e le maliose atmosfere della "fons Bandusiae". Negli anni più maturi non sono mancate le occasioni di saperne di più su Lucera.
Nelle non rare frequentazioni con l’amico Ispettore scolastico, prof. Dionisio Altamura, edotto, tra l’altro, di cose lucerine e della prestigiosa tradizione del Liceo classico, si è, di frequente, rimarcata, con ammirato compiacimento, l’attività culturale del Preside Soccio, attento lettore ed interprete della Scienza Nuova del Vico ed etnologo entusiasta delle tradizioni della sua terra e del Gargano, in particolare.
E ancora: negli Annali del "regio" Liceo di Lucera, si legge, nell’a.s. 1908-1909, sorprendentemente il nome dell’illustre filologo forlivese Manara Valgimigli, che, in quella scuola, iniziò la sua brillante carriera di insegnante, conclusasi all’Università di Padova. Dell’intensa produzione letteraria e filologica del Valgimigli, mi piace qui ricordare l’indimenticabile edizione dell’Iliade montiana del 1953 ed il celebre saggio "La mula di Don Abbondio" del 1954, edito da Cappelli di Bologna.
Il prof. Valgimigli, che aveva trovato alloggio presso Porta Foggia, si rese meritevole, in quello stesso anno, di un’ammonizione del Ministero della Pubblica Istruzione, per aver avuto l’ardire di rendere pubblica nel "Giornale d’Italia" una sua lettera di protesta, indirizzata al Prefetto, al Provv.re agli Studi ed al "delegato" del Tesoro della provincia di Foggia, dal titolo: "Il forte lamento di un professore mal pagato" (si noti come il vizio sia antico), per gli insopportabili ritardi nel pagamento delle sue scarne competenze mensili, tanto che "al quindici di luglio io non ero ancora pagato dello stipendio di giugno" (dalla lettera di M. Valgimigli).
Il mio "feeling" con Lucera si accrebbe, a seguito di un episodio davvero curioso, quasi premonitore, occorsomi, alcuni anni prima del mio trasferimento, in qualità di Preside, dalla provincia di Pesaro all’Istituto Magistrale "Rosmini" di Lucera.
Per la conclusione anticipata di un convegno di due giorni all’ITC "Altamura" di Foggia su alcune problematiche relative ai processi innovativi nella Scuola italiana, al quale avevo partecipato, colsi finalmente l’occasione per una visita fugace a Lucera, in compagnia di un collega della mia città. Meta obbligata e privilegiata ovviamente il Castello svevo- angioino. Avevo
analizzato con attenzione, nel corso dei miei studi universitari, alcuni disegni del complesso architettonico del pittore francese Jean L. Desprez, risalenti al 1778, vale a dire appena dodici anni prima della distruzione del 1790, restandone affascinato. Già in prossimità della cittadina, fui attratto dall’imponente cinta muraria, che "assoggetta" la piana sottostante, al pari dell’altro gioiello architettonico federiciano di Castel del Monte, ma devo confessare di essere rimasto deluso dall’ammasso indistinto di rovine dell’interno. Proprio al fine di capirne di più, ci infilammo incautamente nella porticina ad inferriate a destra per chi esce dall’ingresso principale, senza badare all’ora di chiusura. Si era, mi pare, intorno alle ore tredici. Non c’era molto da osservare, per cui ci avviammo verso l’uscita, anche perché "incalzati da un buon appetito". Si può immaginare la nostra sorpresa, nel trovare la porticina ben chiusa con

 

catena e lucchetto. Ci guardammo negli occhi esterrefatti. Sapevamo, in aggiunta, che l’orario per i visitatori non prevedeva l’apertura pomeridiana. I cellulari non erano ancora di moda, per cui ci sentimmo davvero in gabbia. Ci trasse dal brutto impiccio una coppia di giovani innamorati, di ritorno dal romantico peripato alla complice ombra del vecchio maniero. Richiamata la loro attenzione dalle inferriate, la coppia si impegnò di avvisare il custode o la locale caserma dei Carabinieri. Spesso i giovani sono migliori di noi. Di lì a poco, infatti, sopraggiunse il custode, il quale, con agitata premura, ci aprì il cancello e contestualmente ci pregò di non fare parola a nessuno dell’accaduto, forse per il rimorso di aver trascurato qualche adempimento canonico, prima della chiusura.
La vicenda si concluse felicemente con un pranzetto sobrio, ma gustoso nella trattoria di Porta Troia. Al riguardo, avrei sperimentato successivamente come nelle stradine del centro storico, specie nell’ora di pranzo, "errino", sapidamente frammiste, "saporose" fragranze di altri tempi, che ti restituiscono alla genuinità ed al buon umore.
Di lì a qualche anno, il trasferimento, in prima istanza, al Liceo Scientifico "Onorato" e, poi, "in extremis", per i consueti arcani bizantinismi burocratici romani, all’Istituto Magistrale "Rosmini".
Devo riconoscere, senza ombra alcuna di piaggeria, che l’anno di Presidenza all’istituto Magistrale lucerino (1994-95), è stato tra i più gratificanti dell’intera mia attività di dirigente scolastico. Ciò si rese possibile in quanto ho potuto contare su di un gruppo qualificato di docenti e lavorare in un clima di operosa serenità: dal vicario, prof. Del Duca, esperto e sagace regista della realtà organizzativa e didattica dell’Istituto, al prof. Delle Vergini, equilibrato moderatore delle immancabili situazioni conflittuali, ed alla motivata compartecipazione della maggioranza dei docenti e del personale di segreteria ed ausiliario, guidato ottimamente dalla sig.ra Di Gioia. Con loro la condivisione sulle strategie educative fu totale, tutto a vantaggio di una comunità scolastica, la quale, pur operando nella difficile e complessa realtà quasi di frontiera (unico Istituto Magistrale della fascia nord-orientale della Daunia), fin d’allora, si preparava ad affrontare con sicurezza e professionalità le grandi sfide pedagogiche formative di fine secolo.
Certo è che, negli anni successivi, sia in privato che in pubblico, fino al termine della mia carriera di dirigente scolastico nel Liceo Scientifico di Cassano Murge, il 1° settembre dell’a.s. 2001-2002, ben volentieri, con irriflessa spontaneità, mi è accaduto, spesso, di rivelare la mia inalterata stima per quel contesto scolastico e per quella cittadina, dove, a mio giudizio, la scuola e la cultura sono considerate ancora un Valore ed una grande scommessa, in funzione di un processo evolutivo radicale di quel territorio e di quella società.
Nell’allontanarmi definitivamente dall’Istituto Magistrale, in seguito a trasferimento nella mia provincia, in una calda giornata di fine agosto di quell’anno 1995, mi sentivo un ingrato e mi girai più volte a guardare la mia scuola con gli occhi lucidi e già con una gran voglia di tornare presto a rivedere quei volti e quei luoghi.