In margine al romazo di Francesco GITTO

Morfeo: un viaggio intorno all' uomo

di Alfonso PALOMBA

 

Foggia. Non un romanzo di evasione né di facile lettura è quello di Francesco GITTO, che regala al lettore un’opera decisamente suggestiva , singolare, un vero e proprio unicum nel panorama degli scrittori contemporanei della Capitanata. Per quanto giovane, il trentaduenne autore ci consegna, infatti, un libro denso ed inquietante ad un tempo, enigmatico e colmo di avventurosità, pieno di bizzarie ed intessuto di stupori, che - attraverso una climax ascendente di tensione e di mistero sapientemente "costruita" grazie a tutta una serie di risorse romanzesche (fantasmi, evocazioni, apparizioni, paure, simboli di varia natura, morti strane, ecc.) - attrae e coinvolge per la vis inventiva dell’autore che è capace di "creare" atmosfere e situazioni surreali tali da rompere gli argini dell’umana consistenza e da invadere le distese senza misura dell’anima e della mente.

Al crocevia di ogni pensabile reale e di drammatiche esperienze oniriche si colloca, infatti, la vicenda narrativa del romanzo che, giocata sul duplice versante del possibile/impossibile, del verosimile/inverosimile, della realtà/sogno, è ad un tempo storia e metafora, accadimento e senhal, consistenza e mistero.

In realtà, essenziale è la concretezza oggettuale della fabula (l’insieme degli avvenimenti rappresentati, nei loro reciproci rapporti causali e temporali), forse perché, per l’autore, essa è un semplice pretesto, un’occasione come un’altra per condurre una sua personale esplorazione dei territori del pensiero e del mistero che avvolge la vita.

Il protagonista dell’esile vicenda raccontata è Morfeo Totig (anagramma di Gitto), un personaggio romantico, inquieto ed inquietante ad un tempo, caparbio nell’inseguire l’obiettivo di conoscere la storia dei suoi antenati: per questa ragione fa ritorno nel paese di origine della sua famiglia, dove, assetato di verità , conduce la sua ossessionante ricerca, trovandosi di volta in volta invischiato in situazioni ed eventi che si tingono ora di misterioso ora di inspiegabile ora di incredibile ora di surreale.

Questa la fabula scarna del romanzo, mentre decisamente più complessa ed articolata risulta essere la metafabula, la dimensione, per così dire, subliminale del racconto, incandescente e tumultuosa ad un tempo, che non si lascia certo fissare in un’unica direzione.

Focus del romanzo, infatti, è l’esplorazionee interiore, è il viaggio che il protagonista compie al suo interno, è l’attraversamento delle contrade invisibili della coscienza: Morfeo è una sorta di "figura romantica", malata di una "purissima inquietudine", intus segnata da un senso perpetuo di inappagamento e da un desiderio struggente di capire e di capirsi, di arrivare al cuore del mistero della vita, che rimane pur sempre da un lato un’incognita piena di aspetti indecifrabili, dall’altro un’esperienza precaria che può terminare da un momento all’altro.

In quest’avventura dell’anima"che Morfeo vive quasi esule da sé, tra sogno e realtà, in uno stato continuo di ebbrezza/delirio/allucinazione, il protagonista diventa una sorta di entronauta che, come Dante, scende agli Inferi (il disordine dei sentimenti? Le tenebre del disorientamento dinanzi al disconoscimento dei confini tra il bene e il male? Una specie di "selva oscura" in chiave moderna?), plasticamente ma anche surrealisticamente collocati sotto la casa del guardiano Boris, ad un passo dalla villa di famiglia, pervenendo così nella profondità

abissale della miseria della terra e nel caos della condizione umana, eternamente sospesa tra il Bene e il Male, tra la Vita e la Morte, tra la Luce e il Buio, tra la frammentarietà del vivere e la ricerca di un oltre la passione di esistere. In questo cammino di ricerca e di conoscenza, reso sempre più dinamico e drammatico a mano a mano che il protagonista procede nella scoperta e si avvicina alla sua meta, Morfeo, malato, per dirla con i Romantici tedeschi, di Sehnsucht, cioè di "desiderio del desiderio", consuma tutte le sue energie fino al momento in cui deve fare i conti con il mistero e con l’ignoto, rappresentati dall’incontro finale con Etrom (anagramma speculare di morte), con la "(…)morte che ci accompagna / dal mattino alla sera, insonne,/ sorda, come un vecchio rimorso/ o un vizio assurdo/, per citare Cesare Pavese, riecheggiato nel titolo del XXIV capitolo del romanzo. Chiude così Morfeo la sua tormentata e sofferta vicenda esistenziale: dopo l’esplorazione del negativo della vita , dopo l’esperienza della sofferenza e del dolore costantemente incombenti sullo scenario della storia che si svolge nel pascoliano "opaco atomo del Male," dopo la consapevolezza della tragicità dell’esistenza, che richiama il montaliano "male di vivere", il protagonista si acquieta nel raggiungimento dell’ultima meta, quando riesce a raggiungere le radici dell’umana consistenza.

Nasce di qui la prospettiva del " possibile " di Morfeo che, dopo la caduta, consegna al lettore attento , nella parte finale ma anche lungo lo svolgimento della sua esperienza interiore, da un lato la speranza che si possa andare "oltre" la condizione umana ordinaria per dare un senso alle cose e a se stessi nel mondo, dall’altro la chiave per capire, come scrive l’autore nella dedica ai suoi nipoti, che " la vita è fatta di tante piccole sfumature" e che tocca a noi tutti essere " capaci di scegliere quella giusta".

Intorno a Morfeo – protagonista indiscusso del romanzo – ruotano, poi, tanti altri personaggi, ( Boris Etnorak, Luigino , fra Vincenzo, il vecchio del mare ecc.), nel ruolo, per così dire , di "comparse", di fantasmi narrativi, di figure secondarie, tutti funzionali all’esaltazione del protagonista, che domina incontrastato la scena: a parte Etrom – il mefistofelico signore in nero dagli occhi " di un colore chiarissimo quasi albino" - che rappresenta l’altro polo della dualità Vita-Morte, solo Matilda, infatti, "angelo a metà" , ha, pur nella evanescenza della sua presenza, una vita propria, giocata sul versante della rappresentazione figurale.

Par simboleggiare, infatti, Matilda, la felicità terrena, l’amore, il legame di Morfeo con il fluire delle cose, ma è ad un tempo senhal della tensione dell’anima verso la conquista di una sorta di filigrana esistenziale attraverso la quale poter decifrare le ragioni della vita .

Temi complessi, come si vede trattati dall’autore con padronanza sia degli strumenti espressivi (variati anche in relazione alle diverse situazioni "raccontate") sia delle tecniche narrative ( che presentano fra l’altro, originali parti dialogate a più voci talvolta di taglio riflessivo talvolta di esplorazione introspettiva) con risultati persuasivi sul piano dell’impianto complessivo del romanzo, attraversato da una forte tensione dinamica, fatta di sospensioni, di sorprese, di accelerazioni del ritmo, di rallentamenti, di pause descrittive e riflessive.

Un libro dunque da leggere non solo per le riflessioni esistenziali in esso contenute, ma anche per le emozioni che suscita : Francesco Gitto, infatti, ha "costruito" un sapiente ordito sul quale ogni lettore è libero intessere la propria trama.