La sottile prima linea

di Francesco Gisolfi


S. Marco in Lamis. Un’opera di prosa o di poesia non ha protagonisti se non in un senso tutto metaforico e paradossale, si potrebbe dire che unico e solo protagonista è sempre e solo il sentimento dell’autore.
Se proprio vogliamo parlare di un protagonista vero e proprio si deve parlare per questo romanzo di San Marco su cui si proietta la pretura che rappresenta l’ispirazione del racconto. L’autore rievoca, in primo luogo, la San Marco della sua fanciullezza: ogni luogo è una sacra reliquia che accarezza con l’amore e la devozione di un figlio e, poi, la pretura il luogo dove ha trascorso gran parte della sua attività professionale e a cui si sentirà sempre legato. La dedica che fa all’ordine forense e al nipote Gabriele, universitario di giurisprudenza, tradisce questo amore. Ogni lettore davanti ad un romanzo è spinto a identificare lo scrittore con il narratore della storia. Spesso gli scrittori scrivono storie, almeno in parte, autobiografiche, oppure trasferiscono alcune loro esperienze nelle storie raccontate e il lettore è portato a considerare autore e narratore come un’unica identità. Però in un approccio narratologico dobbiamo saper distinguere l’autore, cioè la persona che scrive, dal narratore, attraverso il quale l’autore narra la storia. In questo romanzo il narratore è onnisciente, ne sa più dei personaggi: conosce il loro passato, il loro presente ed il loro futuro.
Un lettore attento, che conosce poco poco l’autore, non si lascia fuorviare da quanto esso dice nel AL LETTORE. Mescolare la storia con la fantasia è, dice il Manzoni, come mescolare l’acqua con l’olio. Puoi mescolare quanto vuoi, alla fine l’acqua rimarrà sotto e l’olio verrà su. Un testo come questo può essere smontato nelle due componenti, storia e fantasia. Egli, il lettore, capisce subito che il romanzo è assolutamente autobiografico. Il Piccirella, che per tanti anni ha ricoperto l’incarico di vice-pretore è l’Avvocato Vice, ma solo esteriormente. Il dottor Ritucci, che rappresenta l’ipostasi del pretore di tutti i tempi e di tutti i luoghi, è senz’altro l’autore. Nessun’altra personalità gli si attaglia meglio di questa: il modo di concepire il ruolo istituzionale è il suo e di nessun altro. Né la fotografia della copertina, che ritrae l’intero pretorio, può far pensare che sotto le vesti del dottor Ritucci si nasconda il pretore G. Olivieri, che resse la pretura agli inizi degli anni ‘70. Olivieri era un pretore d’assalto, come si diceva allora. Quanto diverso dal pretore Ritucci/ Piccirella! Il dottor Ritucci se pur esistesse nella realtà, sarebbe il fratello maggiore dell’autore, o, meglio, il protagonista sarebbe l’immagine spiccicata dell’autore. Del resto anche il suo
punto di vista è il punto di vista del protagonista: c’è un perfetto combaciamento. Unica nota dissociante: il dottor Ritucci non è corrivo ai richiami dell’eros, quando è in visita alla madre e alla fidanzata non vede l’ora di ritornare in pretura e non approfitta delle avances di Carmelina.
Una volta stabilita l’identità dell’autore con il narratore e con il protagonista, occorre definire il ruolo che la fantasia ha giocato nel racconto. E chiaro che in un racconto storico (di micro-storia) la fantasia riempie i silenzi della storia e le dà anima: la storia riguarda i fatti accaduti, la fantasia i pensieri dei personaggi. Ora in questa storia, a mio parere, la fantasia più che a inventare serve a imbrogliare le carte, a scambiare i nomi, ad anticipare o posticipare qualche sequenza narrativa. Non è, questa, una storia inventata, ma raccontata. Il buon Enrico non è un personaggio inventato
collocato negli anni ‘30! La fotografia di copertina è la chiave di lettura del romanzo. Il pretorio ritratto con il pretore Olivieri al centro è quello degli anni ‘70. Questa mia analisi, che ha tentato di disvelare il "trucco", forse andando un po’ oltre, fino a dissacrare, quasi, la tua storia, non ha avuto difficoltà a isolare il ruolo della fantasia.
L’autore scrivendo noti si limita a
" inventare " storie e a far agire i personaggi, ma trasmette attraverso quelle invenzioni le proprie idee. Il personaggio non è solo un elemento dell’intreccio narrativo, ma anche un portatore dei valori dell’autore. Ogni testo narrativo può essere analizzato per comprendere le posizioni e le

concezioni dell’autore su determinati problemi. In questo romanzo il mondo morale e professionale dell’autore è proiettato sul dottor Ritucci, il protagonista assoluto. Tutti gli altri sono suoi aiutanti, suoi collaboratori. Il ruolo di antagonista è svolto da tutta quella gente che vorrebbe superare quell sottile prima linea. Anche il Pezzo grosso, pronto ad esserlo, quando il pretore si fosse scoperto non allineato al regime! Si, quel gerarca, che considerando il Duce più di Dio stesso, anticipava certa propaganda berlusconiana di due anni fa. Ovviamente il ruolo dei personaggi secondari è vario. Tra i personaggi privati le sorelle Schetozzi, ben stagliate, svettano su tutti gli altri, che non sono che delle semplici comparse. Se andiamo in pretura troviamo personaggi pubblici con ruoli specifici, ma concorrenti a dare al pretorio prestigio. Anche gli avvocati con ruoli diversi concorrono a mantenere saldo quel presidio d’ giustizia. Tra gli avvocati c’è qualche personaggio singolare. Come si fa a dimenticare don Fazio e la sua epica difesa del peto!
La narrazione, che il Piccirella fa in terza persona, sta a significare che si parla di avvenimenti e situazioni alle quali non partecipa né come agente né come testimone, ma come narratore. In ogni tipo di racconto l’analisi dei rapporti fra narratore, cosa narrata e destinatario offre uno dei campi di indagine più interessanti e più utili per penetrare a fondo nello spirito del racconto e nel mondo morale dell’autore. Il narratore, che si rivolge al lettore ...diversamente potevi anche credere, pag. 11; ...
di cui ci occuperemo in seguito, pag. 22; . .. che abbiamo un po’ trascurato, pag. 66; ... come si sa, pag. 71; ...che lo scrivente ha avuto modo di conoscere, .pag. 78, che esprime valutazioni personali, si inserisce in modo esplicito nel romanzo e vi coinvolge anche il lettore. Come pure gli interventi didascalici, rilevati dalle parentesi, lo coinvolgono. In molti modi il narratore è presente nell’opera, anche se quello più evidente è l’assunzione del discorso in prima persona. Questo io extradiegetico, che interrompe la storia, non rompe, però, il sistema narrativo del romanzo, in quanto non fa che rendere esplicito il punto di vista del romanzo, che è quello del narratore/autore. Anche quando i singoli personaggi sembrano presentare particolari visioni del mondo, in realtà le loro visioni si riducono ad una sola, a quella del narratore.
Il tempo assume un valore storico. Il romanzo si svolge nell’arco.di due armi con un’accelerazione narrativa nel secondo. La datazione storica è precisa, 1932, celebrazione del decennale della presa del potere da parte di Mussolini. All’interno della narrazione il tempo è, in genere, lineare. E presente qualche prolessi, come quando Padre Pio anticipa al visitatore:
. . . Tu aiafaie u’ giudice a Roma; o quando il narratore dice: . . . egli terminò la sua carriera come presidente di sezione della corte di Cassazione. Mentre le analessi sono più frequenti: notizie che riguardano l’infanzia e la formazione del pretore e San Marco. Quanto allo spazio quelli interni e quelli esterni sono equilibrati: la descrizione dei luoghi storici di San Marco e gli interni della pretura e della pensione Schetozzi. L’autore, dando voce ai due pensionanti, accompagna il pretore ad ammirare quei monumenti, che, in parte, si vedono ancora: la Villa, il Monumento ai Caduti, l’erigendo Edificio Scolastico con la pianta a M (Mussolini), la Collegiata con il campanile, il Palazzo Abbadiale, la Piazza, il Convento. L’autore ha pure modo di parlare delle usanze di quei tempi, il vaso da notte, la panificazione, il menu della pensione Schetozzi, il funerale. Gli interni sono quelli che accolgono il pretore, i locali della pretura, della pensione, del circolo dei Signori, della caserma dei carabinieri e della pensione con quei due pensionanti che hanno il ruolo di guida storico-turistica. Lo spazio e il tempo, rapportandosi tra loro danno alla storia una forte unità.
I venti capitoli, le venti fotografie, i venti interventi didascalici, le venti sequenze narrative sono senz’altro segni di una struttura narrativa compatta.
Avrei preferito un finale meno triste: l’annegamento di quella donna con i due figli e le lacrime del pretore nel lasciare San Marco sono scene che non si dimenticano.