racconti garganici dal sapore antico

di Leonardo P. Aucello

 

Assume un motivo degno di nota la pubblicazione da parte di un intellettuale impegnato nella ricerca di tradizioni presenti nel territorio garganico, ma anche dell’intera Capitanata, ossia il professor Sergio D’Amaro di San Marco in Lamis, uno degli studiosi più accreditati di Carlo Levi, critico e poeta. Il libro raccoglie un buon numero di racconti brevi, ma densi di una vivacità popolare, che non lesina al lettore il gusto e l’osservazione verso un mondo apparentemente caduco, ma che conserva intatti i germi di una umanità e drammaticità tramandate nel cuore e nei sentimenti della gente che ne costituisce indirettamente la forza ispiratrice di fatti e uomini vissuti nel microcosmo di una subalternità, apparentemente secondaria e irrilevante. Il testo reca un titolo emblematico: "Gargan river" , Edizioni Delle Muse, Scuola Media "De Carolis", San Marco in Lamis.
Il titolo stesso rievoca, appunto, la grande raccolta del poeta americano Edgar Lee Masters
dell’Antologia di Spoon River. Anche nell’opera di D’Amaro sono le voci di contadini, operai e mastri di bottega, ad animare un mondo arcaico, ma ancora presente nel sottile filo della memoria che si rinfocola di ricordi. Il volume è formato da una serie di racconti (oltre venti) in cui i vari protagonisti (sono voci di persone originarie tutte di San Marco in Lamis) dal silenzio della tomba riescono ugualmente a richiamare, attraverso una rievocazione spesso sofferta, momenti ed episodi particolari che, sulla falsa riga dei personaggi di Spoon River, sintetizzano avvenimenti ormai scomparsi e seppelliti insieme al loro corpo deforme. Ogni voce narrante, quindi, si racconta facendo rivivere nella sua pienezza e candore umano e familiare le proprie vicende quasi sempre di stenti e sacrifici, ma comunque ammaliate dalla forte generosità e pervicacia dei contadini di una volta: insomma è un mondo sommerso che riesplode e risuscita dalle ceneri la ferrea volontà di far rifiorire pagine di storia sbiadite e logorate dal grigiore della dimenticanza.
L’autore utilizza, nell’esposizione dei racconti, locuzioni prettamente popolari, cioè il linguaggio schietto e naturale, a mo’ dei canoni veristi, dei protagonisti che parlano di sé con animo disincantato. Ognuno di loro, pur tra marosi e immani sacrifici, sa conservare il grande desiderio di far conoscere l’esistenza grama di vecchie generazioni che vuole riesumare attraverso
gossip e abitudini tristi o allegre di una antica vita

paesana. Nessuno, però, si trincera dietro la maschera dell’oblio e della dimenticanza, ma tutti avvertono quasi l’urgenza di offrire il meglio di sé e del proprio passato, rimosso attraverso una sincera comunicabilità umana in ogni racconto. Si tratta pertanto non di figure scialbe e diafane, ma di spiriti protesi alla più viva e sincera rivelazione di emozioni passate che la memoria sembra aver eclissato.
D’Amaro si appoggia a una tradizione letteraria ben consolidata di numerose letture di classici, antichi e moderni, soprattutto quelli della letteratura anglo-americana, in cui riaffiorano i tratti più eloquenti di scrittori e poeti molto vicini al suo piccolo ma
funambolesco mondo patriarcale e contadino, disseminato in massima parte nel territorio garganico: la riva delle voci nascoste che fanno capolino in ogni pagina del libro. Ma il narratore si serve soprattutto di testi e saggi pubblicati in questi ultimi vent’anni da alcune "Collane editoriali" locali, ma con finalità e programmi precisi: dall’autobiografia di Amalia Altobelli, a cura di Anna Maria Rivera dell’Università di Bari, a quella di un cafone delle distese campagne del Tavoliere, A pietra e a pane di Antonio Salvato, entrambe pubblicate a San Marco in Lamis.
Oltre a queste figure di richiamo storico-antropologico, si avverte chiaramente l’esperienza dell’emigrazione oltreoceano del noto poeta sammarchese, Joseph Tusiani, ma soprattutto si sente il richiamo di quella particolare indagine demologica svolta per conto dell’amministrazione comunale sui lavori e sulle tradizioni locali, pubblicata con il titolo
Il paese che ricordo,
di cui l’autore ne è stato il coordinatore.
Il linguaggio asciutto, scavato nel riflusso idiomatico della parlata paesana, ma avvinto dall’immagine agreste del paesaggio garganico che fa sfondo agli avvenimenti narrati, quasi come una tela espressionistica, appare fortemente marcato da coloriture vernacolari, che dà la giusta dimensione a una raccolta che vuole essere insieme ricerca del sommerso e voce corale e poetica dei personaggi descritti e resi vivi dal buio stesso della tomba.