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Se vince il grande fratello |
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di Pippo Grasso
E’ diventato ormai un luogo comune dire che viviamo nell’epoca dell’informazione, visto il gran numero e l’efficienza dei mezzi che abbiamo a disposizione. Ma quello che sembra non essere affatto un luogo comune, e che anzi dovrebbe allarmare, è il modo in cui questi mezzi (soprattutto la televisione perché è il mezzo più facilmente fruibile) vengono utilizzati. Perché non sono ragionamenti accademici e faziosi quelli di chi dice che il mezzo televisivo è in poche mani (due): sono invece argomenti che ognuno di noi, in quanto cittadini di un paese democratico ed in quanto "controllori" del suo funzionamento, dovrebbe mettere ai primi posti in una propria ideale agenda personale, ponendosi alcuni interrogativi fondamentali. Ma questa tv ci informa di ciò che accade, o meglio, come ce ne informa, e anche, in che modo sceglie gli avvenimenti di cui dobbiamo essere informati e le opinioni ad essi collegati? Non sono domande banali, perché ciò che sta partorendo il possesso del mezzo televisivo in poche mani (le due mani suddette) è proprio questo: un’informazione altamente manipolata, che anziché dare voce imparziale al maggior numero di avvenimenti, la dà solo ad alcuni avvenimenti, e per giunta con apposite angolazioni, in maniera distorta ed asservita al potere, se non addirittura operando una vera e propria rimozione di opinioni ed idee lassù sgraditi (Biagi, Luttazzi, Santoro, e l’elenco si allunga quotidianamente). Le domande non sono banali, si diceva sopra, anzi sono fondamentali, e per due motivi: primo perché il tasso di democrazia di un paese lo si misura all’istante, come cartina di tornasole, dal grado di trasparenza e di indipendenza del suo sistema informativo (cosa grave in questo momento nel nostro paese è che sembra mancare anche la possibilità di effettuare tale misurazione), dal |
modo di (non) dar voce a chi non è d’accordo; secondo, e questo per rispondere a chi dice che l’informazione non è solo quella televisiva, perché bisogna purtroppo ammettere che oggi in Italia la tivù è ancora il mezzo di gran lunga più diffuso e più utilizzato (male) dalla maggioranza dei cittadini, che non ne utilizzano altri per mancanza di tempo e denaro. Tutto ciò spiega allora altre cose. Spiega gli appetiti che intorno alla televisione si sono scatenati e continuano a scatenarsi. Spiega lo scatenarsi, molto spesso nell’ombra (ma anche alla luce del sole, dipende da chi informa), di lotte di potere furibonde, perché la televisione è da sempre nel nostro paese, che lo si voglia o no, il mezzo per eccellenza per creare consenso e potere, e viceversa, in un meccanismo perverso in cui uno alimenta l’altro, sulle pelle dei cittadini ormai di fatto espropriati di ogni decisione (oltre che di cervello). Spiega infine che chi attualmente controlla il mezzo televisivo, politicamente e/o in proprietà (attualmente in maniera coincidente), ne sta facendo né più e né meno che uno strumento di consenso personale, anche sospendendo nei fatti un’informazione corretta e trasparente e, quindi, la vita democratica di un intero paese. Il problema a questo punto, nodale e propedeutico a tutti gli altri, è se i cittadini di questo paese si stiano rendendo di quanto sta avvenendo, perché da questa consapevolezza dipende lo stato di salute della nostra democrazia. A giudicare dall’audience che certi programmi televisivi attualmente riscuotono e dal tipo di programmi che riscuotono più audience, non c’è da stare allegri: l’operazione "rimbecillimento" sta ottenendo enorme successo (sempre per le due mani di cui sopra), dipende solo da noi far sì che per la nostra cagionevole democrazia sia solo forte raffreddore o malattia cronica.
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