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di
Leonardo P. Aucello
S.
Marco in Lamis. In una delle epistole dal tono deciso e delicatamente pacato
che Giacomo Leopardi inviò al filologo e letterato Pietro Giordani, il
poeta recanatese fa esaltare a chiare lettere che l'unico refrigerio a tanta
noia e solitudine è l'avvicendarsi continuo di letture che elevano il suo
animo dall'aridità socio- culturale del suo borgo "selvaggio". Il
Giordani approvò questo suo nobile
esercizio
rimandando il concetto a un’opera di Giambattista Vico in cui si dice che
il viso è la
bellezza
del corpo, mentre la cultura è la bellezza della mente e dell'anima. Anche
nel suo lungo
diario
dottrinario costituito dallo "Zibaldone di pensieri", Leopardi
spesso ritorna a parlare del
piacere
incommensurabile derivante dalla lettura di un bel libro.
Di
sicuro queste belle e ben ponderate affermazioni leopardiane, frutto di una
lunga esperienza
personale,
ai giovani d'oggi potrebbero apparire anacronistiche e superate, a motivo
del fatto,
innanzitutto,
che in Italia, qualsiasi età o ceto sociale che si voglia prendere in
considerazione, si
legge
poco o niente; se poi questo dato di fatto lo trasferiamo al Sud, questa
percentuale negativa
tende
a salire, sembrerà un paradosso, in modo esponenziale. Una pia consolazione
che viene in
aiuto
della gioventù del Sud è la constatazione che anche i ragazzi dai 15 al 25
anni del centro
nord
denotano marcate lacune in qualsiasi campo dello scibile e che sono
disavvezzi alle sane
abitudini
della lettura. In una intervista al "Corriere della Sera",
Francesco Alberoni diceva che se
i
genitori di oggi vogliono fare un dispetto ai propri figli basta regalar
loro un libro: monteranno su
tutte
le furie! Oggi il sapere è molto frammentario; ma questo non costituisce
una nota negativa:
anzi
così si va sempre più verso forme specialistiche; il guaio, secondo
psicologi più accreditati
nel
campo dell'evoluzione comportamentale dell'età puberale, come lo è appunto
Vittorino
Andreoli,
non è la frammentazione dei saperi e delle gnoseologie legate allo sviluppo
mentale e
comportamentale
dei ragazzi, è l'assenza totale dei contenuti; per cui spesso il ragazzo
appare
come
un robot pronto a ripetere gesti abitudinari che scaturiscono da un
movimento meccanico
della
mente, come ad esempio inseguire imperterriti canali televisivi con
un continuo zapping
furioso;
oppure inviare noiosi e spesso
insignificanti SMS attraverso il proprio telefonino per
mostrare
una falsa virilità come forma di abboccamento a scopi erotico- sessuali.
Senza parlare
dell'uso
spropositato di chattare o navigare al computer in cui, come tutti sanno,
sono riversate
centinaia
di biblioteche, ma che i siti web più seguiti sono quelli proibiti,
soprattutto in tarda
serata,
o quelli di satira becera dei costumi e della politica. Insomma si segue
tutto un corredo
demenziale
di notizie raggranellate dai vari punti informativi mass-mediali ma che non
creano una
personalità
stabile nel carattere del ragazzo, il quale, proprio in quell'età della
crescita che va
dai
quattordici ai venti anni, si scopre debole e infingardo, ma, soprattutto,
marxianamente
parlando,
alienato da una adorazione degli dei falsi e bugiardi, per dirla con Dante,
costituiti dai
potenti
microsoft americani di Bill Gates i cui programmi, soprattutto il Word,
hanno raggiunto
una
capacità selettiva otto volte maggiore rispetto ai precedenti, ma che non
portano nella
maggior
parte dei giovani una solida formazione di base. A tale formazione dovrebbe
sopperire la
scuola;
ma la scuola odierna poggia la sua modernizzazione su un concetto
surrettizio di innovazione e quindi insegue anch'essa falsi miti che
vanno dalla progettualità a tutto campo alla
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didattica
breve; breve, ahimè, anche nei contenuti, per non parlare dei falsi viaggi
di istruzione usati più come forma evasiva che di tipo creativo- formativo.
Ne sanno qualcosa gli insegnanti accompagnatori che spesso devono ricorrere
a terapie laringo- palatali per mettere a posto gola e bocca. Lo
screditamento della scuola pubblica, a partire proprio dalle Istituzioni è
qualcosa di mostruosamente preparato a tavolino per rallentare la morsa
dell'istituzione pubblica a vantaggio di quella privata, soprattutto ìn
riferimento alle scuole tecniche dei Salesiani e quelle classiche dei
Gesuiti in cui, piaccia o non piaccia, le metodologie didattiche si fondano
ed hanno come scopo, per dirla ancora con Leopardi, dottrina e sapere.
Il
grande studioso di psicologia Erich Fromm, nel suo capolavoro "Essere o
avere?" richiamandosi più alle dottrine di Carl Gustav Jung
dell'inconscio collettivo che a quelle di Sigmund Freud dell'inconscio
individuale legate alle teorie sessualistiche del fondatore della
psicanalisi, afferma che la crescita e la maturità culturale in un
qualsiasi sistema sociale non dipende dalla capacità di un singolo, ma
dall'intero nucleo di cittadini accomunati da pensieri convergenti su cui
tutta la collettività si rivede; ad esempio: se si assiste alla crisi di
valori essenziali come la famiglia, la religione, l'informazione, il
rallentamento dei costumi, tutto ciò investe l'intera collettività ed
anche il singolo individuo ne è direttamente coinvolto, anche se quest'ultimo
si sforza di seguire i sani principi della comune morale civile con a base
una giusta ed equilibrata autonomia culturale; ebbene, egli perseguirà
comunque le mode, a meno che non voglia apparire, secondo Fromm, un reietto
e un frustrato sociale. Pertanto
Erich
Fromm, dividendo la società in due gruppi distinti e separati, afferma che
quelli legati all'avere hanno un animo arido, poiché sono essenzialmente
venali, dogmatici, egoistici, cinici, calcolatori; mentre quelli
appartenenti alla sfera dell'essere, sono essenzialmente creativi,
artistici, altruisti, sensibili, moderati. E sono questi che mettono a
servizio degli altri la propria cultura, poiché sanno bene che una rondine
non fa primavera; e, pertanto, se non cresce la società nel suo insieme,
c'è più una involuzione dei caratteri psico- somatici dell'individuo,
anziché una evoluzione dei principi
generali
a cui si richiama una qualsiasi civile convivenza sociale e culturale. E tra
i
metodi
che Fromm suggerisce è proprio quello di alimentarsi con il cibo dei grandi
pensatori,
è sua questa frase: "bisogna che l'individuo si informi sempre e di
più"; cioè, per dirla con parole povere, deve abituarsi a leggere
costantemente.
Lo
scrittore Giuseppe Berto, nell'introduzione al suo romanzo maggiore
intitolato "Il male
oscuro",
dice che quando Flaubert, il grande narratore francese dell'Ottocento, ha
dichiarato, con
una
affermazione laconica ma profonda che "Madame Bovary, c'est moi",
cioè la Signora Bovary, protagonista del suo celebre romanzo, è lo
scrittore stesso, ha aperto le porte, senza avvedersene, a quella
creatività narrativa ed affabulatoria che scaturisce proprio dal
superamento di un'impasse psicologica che solo attraverso la scrittura il
narratore riesce a superare. Infatti nel romanzo sopracitato, lo scrittore
Giuseppe Berto, per mezzo della scrittura, ha superato quel blocco
psicologico che
inavvertitamente,
la figura del padre gli aveva marcato nel suo inconscio; e calandosi
nell'inconscio
alla ricerca dei motivi e dei complessi che lo attanagliano, con uno
scandaglio
psico-analitico,
l'autore supera le sue crisi emotive e riesce a capire a fondo la figura
paterna: ma
nello
stesso, sa offrirci una vera arte per mezzo della scrittura.
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